L'associazione sostiene l'iniziativa della Regione Veneto e chiede un commissario con poteri reali per coordinare la gestione del bacino del Po. A rischio fino a 20 mila ettari di coltivazioni tra Porto Tolle e Ariano nel Polesine

PADOVA – La risalita del cuneo salino lungo il basso corso del Po sta mettendo in ginocchio l’agricoltura veneta. Il mare è ormai penetrato per circa 20 chilometri nell’alveo del fiume, compromettendo l’irrigazione di migliaia di ettari. Secondo le prime stime, ancora in fase di verifica ma già indicative della gravità della situazione, potrebbero essere coinvolti fino a 20 mila ettari sui circa 42 mila complessivi dell’area del Delta, nei comuni di Porto Tolle e Ariano nel Polesine.

A preoccupare è soprattutto il livello della portata del Po. La soglia minima di deflusso prevista dai regolamenti europei per contenere l’avanzata dell’acqua salata è fissata a 400 metri cubi al secondo, mentre attualmente il fiume scorre sotto i 300 metri cubi al secondo. Una condizione che rende l’acqua inutilizzabile per l’irrigazione e sta colpendo duramente le aziende agricole del Delta e della bassa Rodigina.

Secondo Confagricoltura Veneto, all’origine della crisi non c’è soltanto la siccità, ma soprattutto la mancanza di un coordinamento interregionale nella gestione dei prelievi idrici. Piemonte e Lombardia riducono autonomamente i prelievi quando l’acqua scarseggia, mentre il Veneto finisce per subire le conseguenze senza avere la possibilità di intervenire a monte. L’Autorità di Bacino del Po, sottolinea l’associazione, esiste formalmente ma non dispone di un reale potere di regolazione, né esiste un obbligo normativo che garantisca un deflusso minimo lungo tutta l’asta del fiume. Una situazione che, nel 2026, viene definita «semplicemente inaccettabile».

L’associazione esprime quindi pieno sostegno all’iniziativa della Regione Veneto, promossa dal presidente Alberto Stefani (LEGGI ARTICOLO) insieme all’assessore all’Agricoltura Dario Bond e all’assessore all’Ambiente Elisa Venturini, con l’obiettivo di riportare l’emergenza all’attenzione della politica nazionale. Nell’immediato la priorità è garantire l’approvvigionamento idrico alle aree più esposte, ma per Confagricoltura Veneto è indispensabile anche una strategia strutturale e pluriennale, capace di evitare che ogni estate si ripresenti la stessa emergenza.

In quest’ottica, l’associazione rilancia la richiesta di un commissario con autorità reale sull’intero sistema del Po, in grado di imporre e far rispettare riduzioni equilibrate dei prelievi lungo tutta l’asta fluviale.

«Non è più accettabile che un fiume strategico come il Po sia gestito senza una cabina di regia unica – dichiara il presidente di Confagricoltura Veneto, Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi –. Le aziende agricole del Delta e della bassa Rodigina stanno pagando il prezzo di prelievi scoordinati effettuati a monte, mentre l’acqua salata avanza e distrugge colture e reddito. Per questo siamo al fianco della Regione e del presidente Stefani, degli assessori Bond e Venturini, e continueremo a seguire i lavori dell’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici del distretto del Po, affinché vengano finalmente assunte le decisioni urgenti di cui il territorio ha bisogno».

Tra le proposte avanzate da Confagricoltura Veneto figura innanzitutto una riduzione del 10% delle derivazioni a monte, misura che consentirebbe di aumentare di almeno 100 metri cubi al secondo la portata del Po a Pontelagoscuro, contribuendo così a limitare l’avanzata del cuneo salino.

L’associazione chiede inoltre una normativa che permetta interventi rapidi di pulizia di bacini e dighe, evidenziando come molti invasi abbiano ormai perso fino a tre quarti della loro capacità originaria a causa dell’accumulo di detriti, senza che oggi esistano strumenti normativi sufficientemente rapidi per intervenire.

Infine, Confagricoltura Veneto sollecita un piano nazionale organico per la gestione delle acque del bacino del Po, ricordando che episodi analoghi si ripetono con frequenza crescente dal 2003 e che il problema non può più essere affrontato come una semplice emergenza stagionale, ma richiede una strategia permanente e condivisa.

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