Il report Arpav fotografa una situazione critica: deflussi ben al di sotto delle medie storiche. La Regione interviene ogni giorno per garantire acqua potabile e agricoltura, mentre prosegue il monitoraggio su tutto il territorio.
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VENEZIA – Il Veneto continua a fare i conti con una grave crisi idrica, caratterizzata da portate dei principali fiumi ben al di sotto delle medie storiche e da un quadro che richiede un monitoraggio costante e interventi quotidiani coordinati. A delineare la situazione è il rapporto mensile di Arpav, aggiornato al 31 luglio 2026, illustrato dall’assessore regionale all’Ambiente Elisa Venturini, che ha fatto il punto sulle azioni messe in campo dalla Regione per tutelare la risorsa idrica.

«Vogliamo essere estremamente trasparenti e precisi nella lettura dei dati contenuti nel rapporto mensile redatto da Arpav – dichiara Elisa Venturini –. Quando nei bollettini leggiamo percentuali di scarto come il -70% dell’Adige o il -69% del Bacchiglione, è fondamentale spiegare chiaramente ai cittadini e agli operatori che queste differenze non si riferiscono all’anno precedente, bensì alla media calcolata sulle serie storiche pluriennali. Questo significa che i fiumi non stanno semplicemente calando rispetto al 2025, ma si trovano su livelli di anomalia e di magra severa rispetto a ciò che storicamente la nostra regione dovrebbe garantire in questo periodo dell’anno».

I dati: Adige, Po e Bacchiglione ai minimi

Entrando nel dettaglio del report Arpav, emerge una situazione particolarmente critica per i principali corsi d’acqua veneti.

L’Adige, alla sezione di Boara Pisani, registra una portata media mensile di 80 metri cubi al secondo, contro una media storica di 268 metri cubi al secondo, collocandosi al di sotto del quinto percentile storico, una soglia che indica livelli inferiori a quelli osservati in quasi un secolo di rilevazioni.

Situazione analoga per il Bacchiglione a Montegalda, che passa da una media storica di 19,8 metri cubi al secondo agli attuali 6,19 metri cubi al secondo (-69%), e per il Po a Pontelagoscuro, dove la portata media mensile scende a 324 metri cubi al secondo rispetto ai 1.025 metri cubi al secondo della media storica (-68%).

In forte sofferenza anche il Livenza, che a Meduna di Livenza registra una portata di 40,7 metri cubi al secondo, pari a un calo del 48% rispetto ai valori attesi.

Deficit di pioggia e fiumi sempre più in sofferenza

«Stiamo assistendo a un trend ininterrotto di esaurimento dei deflussi iniziato nel mese di maggio – prosegue Venturini – e alimentato da una combinazione complessa di fattori climatici che non possiamo ignorare. Nonostante le piogge di luglio, che con una media regionale di circa 85 millimetri hanno fatto registrare un modesto -9% rispetto alla norma, il bilancio complessivo dell’anno idrologico, iniziato il 1° ottobre scorso, evidenzia una precipitazione cumulata media di 696 millimetri contro i 919 millimetri storici, confermando un deficit strutturale del 24% su scala regionale».

Gestione quotidiana della risorsa

Per fronteggiare la situazione, la Regione ha attivato una gestione quotidiana della risorsa idrica, con l’obiettivo prioritario di garantire l’acqua potabile e limitare i danni al comparto agricolo.

Sono stati ridotti i prelievi irrigui del 55% nel Veronese, del 50% dal Canale LEB e del 50% per i consorzi irrigui di valle.

Nei giorni scorsi sono emerse criticità ad Anguillara Veneta, dove il livello dell’Adige rischiava di compromettere il funzionamento degli impianti di pompaggio. Grazie alle manovre condivise con il sistema SAVEC, la portata è stata riportata a circa 80 metri cubi al secondo.

Le piogge cadute in Val di Fassa e in Alto Adige hanno offerto un lieve sollievo, ma permane una situazione di forte sofferenza per l’agricoltura lungo tutta l’asta dell’Adige.

Interventi specifici sono stati attuati anche sugli altri bacini: sulla diga di Arsiè la regolazione degli scarichi sul Brenta permette di mantenere l’equilibrio del sistema, mentre sul Sile la gestione coordinata dei rilasci dal Piave sostiene il corso d’acqua.

Sul sistema Piave-Livenza, per garantire il funzionamento del potabilizzatore di Torre di Caligo, è stata applicata la deroga al deflusso minimo vitale, sincronizzando gli scarichi con il ciclo delle maree per contrastare l’avanzamento del cuneo salino.

Particolare attenzione è stata dedicata anche al nodo idraulico di Padova, dove l’incremento dell’apporto dal Canale LEB e la riduzione del 50% degli scarichi verso il Fratta Gorzone, in stretto raccordo con ARICA e il Consorzio di Bonifica Adige Euganeo, consentono di preservare la disponibilità d’acqua destinata agli usi irrigui.

Temperature record e falde sempre più basse

Il quadro delineato da Arpav è confermato anche dagli altri indicatori ambientali. Luglio ha fatto registrare temperature eccezionalmente elevate in montagna, superiori al 90° percentile, accelerando la fusione dei residui nivali e dei ghiacciai. Sul Piz Boè il permafrost ha raggiunto una profondità superiore ai 7,4 metri, mentre i serbatoi del Piave sono scesi al 63% della capacità, con 106,5 milioni di metri cubi d’acqua disponibili. Le falde dell’alta pianura, infine, si mantengono intorno al 10° percentile, confermando la persistente carenza di risorsa idrica.

«Il tavolo permanente di confronto tra Regione del Veneto, Province autonome, gestori degli invasi, produttori di energia e tutti gli enti coinvolti – conclude Elisa Venturini – sta dimostrando quanto il dialogo e la collaborazione istituzionale siano fondamentali. Gli equilibri raggiunti restano precari, ma solo attraverso una gestione condivisa e quotidiana della risorsa è possibile utilizzare nel modo più efficace la poca acqua oggi disponibile, limitando gli effetti della crisi idrica sul territorio e sul settore agricolo».

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