I produttori di mele del Polesine lavorano in perdita

I costi sono gli stessi dei guadagni, circa 25 centesimi al kg. Ma si trovano nei supermercati dai 2,5 euro al kg in su. Cia Rovigo: “Occorre far rispettare il Decreto sulle pratiche sleali”

ROVIGO – I produttori di mele del Polesine stanno lavorando in perdita. L’allarme viene lanciato da Cia Rovigo nel periodo clou della raccolta. I costi (tra trattamenti, potature, concimi e raccolta stessa) sono quasi i medesimi dei guadagni, ovvero circa 25 centesimi al kg. Tuttavia, sugli scaffali dei supermercati si trovano dai 2,5 euro al kg in su. “Lungo la filiera si registrano delle speculazioni difficili da intercettare – sottolinea il presidente di Cia Rovigo, Erri Faccini – I prezzi finali stanno risentendo di un’inflazione galoppante, a svantaggio dei consumatori. D’altro canto agli agricoltori viene riconosciuto sempre meno, i margini di guadagno sono risicatissimi”. Anzi, in taluni casi – paradigmatico proprio quello del comparto delle mele – i produttori stanno lavorando con la prospettiva di non realizzare nulla. 

Nell’Alto Polesine la produzione si estende su una superficie di 378 ettari, per un fatturato complessivo annuo di circa 5 milioni di euro. Cia Rovigo puntualizza che nel 2022, in particolare, non c’è un prezzo garantito per i coltivatori di mele: “Vengono invitati a conferire le loro primizie. Il problema è che talvolta non sanno nemmeno quanto saranno pagati, non hanno nessun potere contrattuale”. E per di più alcuni imprenditori agricoli non riescono a piazzare le mele come una volta (pure per una minore richiesta), che rischiano così di finire in purea, buona solo per le agroindustrie, e pagata, se va bene, 20 centesimi al kg. “Quanto sta accadendo è un segnale del dramma che sta investendo l’intero settore agroalimentare – continua il presidente Faccini – Motivo per cui chiediamo alle Istituzioni un intervento finalizzato allo stop a qualsiasi tipo di speculazione sulle nostre tipicità: l’aumento dei prezzi dell’energia non può giustificare un incremento sproporzionato del prezzo finale del prodotto, cui alla lunga potrebbe addirittura conseguire una rinuncia delle stesse eccellenze da parte dei cittadini”. “Storicamente, tra i primi prodotti cui le famiglie potrebbero fare a meno troviamo proprio l’ortofrutta, che non viene considerata un bene strettamente necessario”, conclude.

In questo quadro complicato, chiarisce Cia, le Istituzioni sono chiamate a far rispettare quanto previsto dal Decreto legislativo 198 del 2021 sulle pratiche commerciali sleali. All’articolo 5 viene espressamente vietata “l’imposizione di condizioni contrattuali eccessivamente gravose per il venditore, compresa quella di vendere prodotti agricoli e alimentari a prezzi al di sotto dei costi di produzione”. 

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