Maternità e lavoro: si può licenziare una donna incinta?

E' possibile interrompere il rapporto di lavoro con una donna che si trova in stato di gravidanza? Risponde l'avvocato del Foro di Rovigo Fulvia Fois

Care lettrici e cari lettori, questa settimana voglio parlarvi di una vicenda che ha davvero dell’incredibile e che, tuttavia, essendo realmente accaduta, la dice lunga su quale sia la realtà che migliaia di lavoratrici si trovano a dover fronteggiare ogni giorno nel nostro Paese.

In questi giorni ha fatto molto discutere il caso di una giovane lavoratrice costretta dalla propria datrice di lavoro ad effettuare un test di gravidanza proprio nel luogo di lavoro e davanti ai colleghi uomini, pena la perdita del posto.

La giovane, temendo di rimanere priva di occupazione, segue la volontà della datrice di lavoro ed effettua il test che risulta negativo: il posto di lavoro sembra quindi salvo, ma in realtà così non è.

Qualche settimana più tardi, infatti, la giovane scopre di essere incinta e, informata la titolare, viene licenziata in tronco.

Il caso ha suscitato molto scalpore soprattutto per l’aspetto “costrittivo” della condotta tenuta dalla datrice di lavoro, ma cosa dice la legge al riguardo? È possibile essere licenziate perché in stato interessante?

In realtà nel nostro Paese non è possibile licenziare una donna che si trovi in stato di gravidanza, così come una donna che decida di contrarre matrimonio.

Al fine di incentivare la genitorialità e la creazione di nuovi nuclei familiari, sono infatti vietati i licenziamenti nei 300 giorni precedenti il parto e fino al compimento dell’anno di età del bambino, così come, in caso di matrimonio, è vietato il licenziamento dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio fino ad un anno dopo la celebrazione dello stesso.

Qualora la lavoratrice dovesse essere licenziata in questi lassi di tempo, il licenziamento deve essere considerato nullo, con la conseguenza che la dipendente interessata potrà chiedere di poter beneficiare delle forme di tutela previste dal nostro ordinamento.

In presenza di un licenziamento nullo in quanto intervenuto in “periodo protetto”, la dipendente ha diritto alla cd. “tutela reintegratoria piena”.

A seguito dell’impugnazione del licenziamento, il Giudice designato dichiarerà nullo il licenziamento, condannando il datore di lavoro a reintegrare la dipendente e a provvedere al versamento dei contributi alla stessa spettanti dal momento del licenziamento e sino alla reintegrazione, oltre che a corrisponderle un risarcimento per il danno subito.

In alternativa alla reintegrazione nel posto di lavoro la dipendente potrà chiedere la corresponsione, da parte del datore di lavoro, di un’indennità a fronte del cui pagamento il rapporto di lavoro dovrà considerarsi estinto.

Occorre a questo punto fare una precisazione.

Quanto detto non implica un’assoluta impossibilità per i datori di far cessare il rapporto lavorativo in essere.

Va infatti precisato che, anche nei periodi suindicati, il licenziamento potrà intervenire ed essere considerato legittimo nel caso in cui avvenga a causa di colpa grave della lavoratrice, a causa della cessazione dell’attività dell’azienda, a causa del termine della prestazione per la quale la lavoratrice è stata assunta o per scadenza del termine del contratto, ovvero per esito negativo del periodo di prova.

COSA NE PENSO IO?

Credo che la legge parli chiaro e miri a tutelare efficacemente la posizione delle lavoratrici italiane, affinché non debbano più essere costrette a scegliere tra lavoro e famiglia.

Quello che tuttavia rilevo, come evidentemente emerge dal caso suesposto, è una certa ritrosia dei datori di lavoro ad accettare questa forma di tutela, quasi come se la maternità o la scelta di contrarre matrimonio fossero qualcosa per cui chiedere il permesso, qualcosa da concordare preventivamente, qualcosa che, se liberamente scelto, merita di essere punito.

Così non è, così non può essere nel 2024, per questo è fondamentale conoscere i propri diritti e condannare aspramente ogni situazione ed ogni forma di abuso o di violazione delle norme di legge, affinché nessun’altra donna debba temere o vergognarsi di voler diventare madre o moglie.

Questa è una rubrica di informazione e divulgazione giuridica che ha il solo scopo di voler contribuire a livello sociale alla conoscenza dei propri diritti in quanto è mia convinzione che solo così è possibile tutelarli efficacemente dal punto di vista legale.

Se avete delle domande o volete propormi un argomento di cui parlare, potete farlo scrivendomi all’indirizzo e-mail dirittoetutela3.0@gmail.com o compilando il form che trovate sul sito www.studiolegalefois.com.

Avv. Fulvia Fois

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