MELARA (Rovigo) – Guerre, alluvioni, un inverno rigidissimo e infine la peste. Anche Melara, estremo avamposto occidentale della Transpadana Ferrarese o Polesine di Ferrara, visse una delle pagine più drammatiche della propria storia durante la terribile epidemia del 1630, la stessa resa immortale da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.
All’epoca il territorio era sotto il controllo dello Stato Pontificio, dopo il passaggio del Ducato di Ferrara alla Santa Sede nel 1598. Melara rappresentava il centro amministrativo di un’area che comprendeva Bergantino, Bariano, Castelnovo, San Pietro in Valle, Massa, Ceneselli e Calto, terre di confine segnate da guerre e vaste paludi.
La situazione iniziò a cambiare agli inizi del Seicento grazie all’opera del marchese Enzo Bentivoglio, che, come ricorda lo storico Zucchini, rivolse le proprie attenzioni «verso le bonifiche di vasti territori, come campo d’azione e d’investimento di ingenti capitali».
A ricostruire quei tragici eventi è l’inedita Storia dell’Alto Polesine con particolare riguardo a Melara, scritta nel 1924 dal compianto parroco don Sante Magro, preziosa testimonianza che racconta il dilagare della peste nelle terre pontificie di frontiera.
L’epidemia arrivò dopo una lunga serie di calamità. Il 2 marzo 1628 il Po ruppe nuovamente gli argini a Stienta, mentre il 4 giugno il cardinale Lorenzo Malagatti assunse l’incarico di governatore legato di Ferrara. L’inverno del 1629 fu caratterizzato da un freddo eccezionale che ghiacciò il Po e il Canalbianco dell’Adige. Contemporaneamente infuriava la guerra per la successione di Mantova, inserita nel più ampio scenario della Guerra dei Trent’anni, che portò al rafforzamento delle guarnigioni di Stellata e Melara, mentre il contagio già mieteva vittime nell’Oltrepò Mantovano.
In una prima fase la Transpadana riuscì a evitare il flagello perché le truppe imperiali, i famigerati lanzichenecchi, non oltrepassarono subito il Po. Ma fu soltanto una tregua: la peste penetrò successivamente nei domini pontifici proprio attraverso Melara.
Anche Ferrara fu duramente colpita. Secondo le cronache, il contagio sarebbe stato introdotto da un fuoriuscito veronese proveniente da Ostiglia. La città, che contava circa 35 mila abitanti prima dell’epidemia, vide la popolazione ridursi a circa 27 mila persone, con una perdita del 18%.
Uno degli episodi più significativi avvenne il 18 luglio 1630, quando i lanzichenecchi conquistarono e saccheggiarono Mantova. Il duca Carlo di Nevers, insieme al figlio Carlo di Rethel e alla nuora, riuscì a fuggire e trovò rifugio per tre giorni a Melara, nel palazzo della Visconteria, edificio che da allora prese il nome di Rocca. Il soggiorno del duca venne successivamente ricordato con una lapide.
Nel piccolo borgo polesano il contagio e la paura lasciarono segni profondissimi. Le abitazioni degli ammalati venivano inchiodate, si ricorreva alla calce viva, alle fosse comuni e ai roghi degli indumenti per cercare di fermare la diffusione del morbo.
I dati raccolti da don Sante Magro fotografano con precisione la situazione demografica del paese. Nel 1628 Melara contava 256 nuclei familiari, dei quali 115 nel centro abitato e 141 nella frazione di Santo Stefano, per un totale di 1.158 abitanti. L’anno successivo le famiglie scesero a 252, mentre la popolazione si ridusse a 1.126 residenti, di cui 715 adulti e 411 bambini.
Le statistiche raccontano anche gli effetti della peste sulla vita quotidiana. Le nascite passarono dalle 62 del 1628 alle 48 del 1629, per poi risalire a 100 nel 1630, 111 nel 1631 e crollare nuovamente a 28 nel 1632. Ancora più eloquenti i matrimoni: 11 nel 1628, 6 nel 1629, nessuno nel 1630, quindi 18 nel 1631 e altrettanti l’anno successivo.
In quegli anni di sofferenza la chiesa di San Materno, inaugurata il 10 agosto 1593, e l’oratorio di Santo Stefano, ancora oggi esistente, divennero il centro della vita religiosa della comunità. Le celebrazioni dedicate alla Madonna rappresentavano l’unica speranza per una popolazione che doveva fare i conti con una medicina ancora impotente davanti al morbo.
Secondo la tradizione riportata dalle cronache, la peste cessò dopo un violento temporale ritenuto purificatore. In ricordo della liberazione dall’epidemia, in numerosi centri del territorio sorsero chiese dedicate alla Madonna della Salute, come accadde anche a Badia Polesine.
Franco Rizzi
















