Monumento Edo Lubian simbolo autentico della Rugby Rovigo 

E pensare che il placcaggio grazie al quale è entrato da subito nel cuore dei tifosi non è stato fatto durante una partita

ROVIGO – Potremmo definirlo “Mister Finale”, visto che ne ha disputate ben 9, oppure “Monumento” come lo chiamano i tifosi rossoblù che stravedono per questo giocatore. Lui è Edoardo Lubian, “Edo” per tutti, una vita spesa sui campi del Battaglini, prima con i ragazzini della Monti poi con la squadra dei bersaglieri. Gioca nel massimo campionato con il Rovigo dalla stagione 2009/10 e fino ad oggi ha collezionato 227 presenze collocandosi tra i primi 15 giocatori della storia rossoblù con il maggior numero di partite disputate. 

A questi numeri, che già la dicono lunga sullo spessore e sul valore della carriera di questo giocatore, si aggiungono le tre ciliegine rappresentate da altrettanti scudetti. Il suo esordio in rossoblù avvenne il 19 settembre del 2009 in un Rovigo-Parma giocato al Battaglini, con gli anni diventato in pratica la sua seconda casa. A schierarlo per la prima volta nel massimo campionato fu Umberto Casellato, l’allenatore di quel Rovigo sponsorizzato anche allora dalla FemiCz. In quella partita era in campo un altro rodigino “doc”, Andrea Bacchetti. Con Matteo Ferro, che assieme a Bacchetti e lo stesso Lubian forma la triade “made in Rovigo” per eccellenza della squadra rossoblù, “Edo” ci ha giocato la prima volta, invece, il 7 gennaio del 2012 in una partita in trasferta contro L’Aquila. Questi tre giocatori sono i bersaglieri in attività con il maggior numero di presenze. Quest’anno Lubian è stato utilizzati meno del solito tanto che il suo minutaggio è stato inferiore alla soglia dei 1.000 minuti (poco meno di 800) che rappresentano un po’ il limite tra chi gioca molto e chi meno. Un limite che, a parte le prime due stagioni da quasi esordiente e il campionato 2012/13 nel quale è stato a lungo fermo per recuperare l’intervento chirurgico per la ricostruzione di un legamento crociato, ha sempre superato abbondantemente figurando a ogni torneo tra i più presenti della squadra. 

Adesso, a quasi 33 anni, gli è stata concessa qualche pausa in più perché il “chilometraggio” in campo, non solo figurativo ma reale, comincia a farsi sentire e necessita di una gestione più attenta che serve ad allungare la sua carriera. “Edo” è un beniamino del pubblico rossoblù che lo adora. Il grande affetto che gli viene riservato non lo ha ottenuto segnando mete a bizzeffe o sciorinando giocate spettacolari. Assolutamente no. E’ diventato un simbolo della squadra nell’unico modo che piace alla Rovigo del rugby: giocando sempre al massimo dell’impegno, sacrificandosi in ogni azione, placcando come nessuno e recuperando valanghe di palloni nei punti d’incontro. 

Lubian fa parte di quella lunga tradizione rossoblù di terze linee da battaglia, di quelle che sono diventate beniamine dei tifosi soprattutto per la loro grinta e determinazione. Non sempre si è trattato di giocatori stilisticamente e tecnicamente dotati, ma era gente di cui ci si poteva fidare a occhi chiusi se c’era da combattere per conquistare un pallone o difendere la linea di meta. Il Rovigo dei pionieri, che per primi portarono il tricolore in Polesine, aveva un elemento come Giancarlo Malosti, che nella battaglia dava il meglio di sé. Negli scudetti degli anni ’60 c’era il “Biso” Bordon, cattivo quanto serviva e placcatore instancabile. Nel decennio successivo l’esempio della terza linea moderna, ma con il cuore antico, è stato quello di Narciso Zanella, umile e sempre sul posto giusto in campo. Poi sono arrivati gli scudetti della prima era “play off” che hanno esaltato la rabbia e la carica agonistica di Flaviano Brizzante. Questo è solo un breve elenco di nomi (ne sono stati sicuramente dimenticati altri) che serve soprattutto a sottolineare come a Rovigo un certo di tipo di giocatore sia amato e ricordato dal pubblico rossoblù che certo ammira e rispetta i campioni talentuosi, ma si innamora, però, di chi fa della fatica e del sacrificio il pane quotidiano. Lubian è l’erede di questa tradizione unica. Nei suoi 14 campionati con la maglia rossoblù ha segnato 22 mete, non tantissime, nemmeno due a stagione, ma dei suoi placcaggi si è perso il conto

Nei dati statistici che oggi vengono rilevati dallo staff tecnico “Edo” è sempre tra i primissimi per numero di placcaggi effettuati. Dove c’è lui, insomma, non si passa. Ormai si è abituato a toccare più giocatori che palloni. E pensare che il placcaggio grazie al quale è entrato da subito nel cuore dei tifosi non è stato fatto durante una partita, ma poco dopo che era terminata. Quell’incontro era la finale scudetto del 2010/11, la prima giocata da Lubian, appena ventenne. L’avversario, tanto per cambiare, era il Petrarca che vinse a sorpresa al Battaglini per 18 a 14. Dopo il triplice fischio che assegnava il titolo ai bianconeri, Ludovic Mercier, apertura francese dei padovani, non trovò di meglio che andare sotto la tribuna Quaglio per sbeffeggiare i tifosi rossoblù con alcuni gestacci del tutto fuori luogo. “A Rovigo queste cose non si fanno!” deve aver pensato il giovanissimo Lubian che piombò su Mercier stendendolo con un placcaggio da manuale. Era quello che avrebbero voluto fare le migliaia di appassionati rodigini che stavano assistendo all’esibizione antisportiva del giocatore petrarchino. “Edo”, in fin dei conti, lo aveva fatto per loro guadagnandosi l’affetto eterno del popolo rossoblù.

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