Quando Barry John incrociò la strada della Rugby Rovigo

Carwyn James, all’epoca tecnico dei Bersaglieri, lo aveva invitato nel settembre del 1978 a Cefneithin (Galles), per la partita dei rossoblù con la squadra locale

ROVIGO – E’ un momento triste per il rugby gallese che sta perdendo alcuni dei suoi eroi degli anni ’70, probabilmente il periodo migliore nella storia del Galles. Un mese fa se ne era andato JPR Williams, leggendario estremo di quell’epoca e l’altro giorno è scomparso Barry John, uno dei mediani d’apertura più forti del rugby mondiale. 

Era dotato di un talento innato che mescolava con l’eleganza e la naturalezza dei movimenti tanto da far risultare semplici anche le cose più complicate. In una fase storica nel quale il rugby stava vivendo profondi cambiamenti tecnici e tattici Barry John diede al ruolo del numero 10 un’interpretazione moderna destinata a fare scuola. La sua consacrazione avvenne nel 1971 con il tour in Nuova Zelanda dei British Lions guidati da Carwyn James. Per la prima e unica volta nella storia la selezione britannica riuscì ad imporsi nella serie dei test e Barry John fu tra i protagonisti principali di quell’impresa tanto da meritarsi l’appellativo di “the King”. I suoi compagni di squadra dicevano di lui che era in grado di fare qualsiasi cosa, anche di “camminare sulle acque”. 

Quando i Lions tornarono in patria era lo sportivo più conosciuto del Regno Unito e sicuramente il rugbysta più famoso al mondo. Giornali e televisioni erano disposti a pagare pur di avere una sua foto o una sua intervista esclusiva e numerose aziende pensarono a lui, bello, giovane e bravo, come un efficace testimonial pubblicitario. Rappresentò il primo fenomeno mediatico del rugby. Tutto questo, però, era contrario allo status amatoriale per il quale percepire anche una sola sterlina grazie alla propria reputazione o abilità tecnica comportava la squalifica. Nel maggio del 1972, a soli 26 anni, Barry John annunciò che avrebbe smesso di giocare per dare al suo futuro una prospettiva più confortevole. Appena un mese prima aveva disputato quella che sarebbe stata la sua ultima partita con la maglia dei dragoni: Galles – Francia all’Arms Park di Cardiff. Il caso volle che quell’incontro rappresentasse anche l’addio di un altro grande del rugby mondiale, l’estremo francese Pierre Villepreux. Sempre il caso ha voluto anche che per un breve momento la strada di Barry John incrociasse quella del Rovigo. Quel momento accadde in una serata di un giorno di metà settembre del 1978 a Cefneithin, un minuscolo paesino gallese a poca distanza da Llanelly. In quei giorni il Rovigo si trovava in Galles per un breve tour organizzato da Carwyn James, al suo secondo anno sulla panchina rossoblù. 

Il programma del viaggio prevedeva, tra le altre, una partita con la squadra del Cefneithin, una formazione di terza divisione. Questa piccola città di minatori era anche il posto dove era nato Carwyn James, un luogo al quale il tecnico gallese è sempre rimasto molto legato. Inoltre la sfida tra il Rovigo e il Cefneithin era anche l’occasione scelta per inaugurare ufficialmente il nuovo campo della squadra locale. Esisteva solo il terreno di gioco. Non c’erano ne tribune ne spogliatoi. Gli spettatori, in pratica tutti gli abitanti del paese, seguirono la partita appoggiati alla staccionata in legno che circondava il campo. Le due squadre si cambiarono negli spogliatoi della palestra che si trovava in centro, vicino alla chiesa, distante mezzo chilometro dal terreno di gioco. I giocatori, in perfetta tenuta da gara, raggiunsero il campo a piedi attraversando il paese accompagnati dalla gente del posto. Per la cronaca vinse il Rovigo. Per celebrare la presenza del loro illustre concittadino, una sorta di divinità per Cefneithin, fu organizzato uno straordinario “terzo tempo” nell’unico locale pubblico della città. Una sorta di bar che fungeva anche da teatro (c’era un piccolo palcoscenico) e pure da museo della storia rugbystica locale. Il programma della serata prevedeva numeri di ballo, qualche sketch e l’esibizione di un coro. Il tutto fu preceduto da un’introduzione di Carwyn James, brillantissimo oratore, in lingua gaelica. 

I giocatori del Rovigo non capirono una parola dell’intervento del loro allenatore ma tutti intuirono, sentendo i numerosi applausi e vedendo gli occhi lucidi dei presenti, che stava parlando della storia e dei valori del popolo gallese. Su una delle pareti del locale erano appese una decina di cornici, ma non custodivano dei dipinti. In quella sorta di teche c’erano, invece, delle maglie da rugby: quella del Galles, quella dei Lions e quelle delle nazionali più forti del mondo. Le aveva regalate Barry John. Bisogna sapere, infatti, che anche lui, come Carwyn James, era nato a Cefneithin e li aveva cominciato a giocare a rugby con la squadra del paese. 

Poi era passato al Llanelly, distante appena venti minuti di auto, dove si era messo in mostra tanto da meritarsi la chiamata in nazionale. Oltre all’interesse dei selezionatori gallesi, Barry John attirò anche quello del Cardiff che lo convinse a cambiare squadra. Una decisione che a Llanelly, rivale storico del Cardiff, non fu mai digerita. Per questa ragione Barry John scelse di regalare le sue maglie al Cefneithin e non al Llanelly. Tornando alla serata del 1978 quasi verso la fine dello spettacolo si sentì un po’ di trambusto nella zona d’ingresso dove si era formato piccolo gruppo di persone. Tra loro spuntò un giovane elegante, abito scuro e camicia chiara senza cravatta, che tutti salutavano e applaudivano. 

Era Barry John, allora poco più che trentenne. Lo aveva invitato Carwyn James e in Galles quando chiamava Carwyn tutti rispondevano “ok, va bene”, anche il grande Barry John che aveva voluto essere presente alla festa per l’inaugurazione del nuovo campo della sua vecchia squadra e per rivedere il suo mentore rugbystico. I due si salutarono e poi Carwyn presentò a Barry John tutta la squadra del Rovigo scambiando anche qualche battuta con quei giocatori che parlavano un po’ d’inglese. A un certo punto per il gruppo dei rossoblù venne il momento di tornare in hotel, dato che il giorno dopo era previsto il rientro in Italia. Prima di salire sul pullman, però, qualcuno si accorse che mancava una persona: Piero Brunello, il mitico massaggiatore-postino di quegli anni. Un gruppo di giocatori rientrò nel locale per andare a cercarlo. Lo trovarono quasi subito. Piero, il postino di Arquà Polesine, era in mezzo a un gruppo di persone del posto abbracciato a “the King”, l’uomo che pochi anni prima aveva dominato gli All Blacks a casa loro, e stavano intonando, rigorosamente in gaelico, chissà quale canto della vallata del Carmarthenshire. Intanto un cameriere posava sul tavolo l’ennesimo giro di birre.             

Roberto Roversi

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