Ricordato a Badia Giacomo Matteotti martire antifascista che fu anche anticomunista 

Sabato 2 marzo presso la sala Soffiantini di Badia Polesine (Rovigo) si è svolto l’atteso convegno per ricordare il centenario dell’orribile assassinio 

BADIA POLESINE (Rovigo) – In una sala Soffiantini gremitissima, sabato 2 marzo, si è svolto l’atteso convegno per ricordare il centenario dell’orribile assassinio di Giacomo Matteotti, “Martire del fascismo”. 

Dopo i rituali saluti istituzionali dell’assessore alla cultura Valeria Targa, la moderatrice Monica Fioravanzo ha dato la parola il prof. Andrea Baravelli dell’UniFe, che ha spiegato la genesi e l’affermazione del fascismo nato nelle periferie italiane. Il movimento fascista, si presentò come difensore dei valori nazionali e riuscì ad intercettare il malessere e postbellico e la delusione diffusa di una vittoria non capitalizzata dal Governo Orlando. 

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In quegli anni si registrò in Italia un’anarchia progressiva che insanguinò le piazze in cui si contarono nei disordini più di 3.000 morti, alcuni anche a Badia Polesine, senza considerare i feriti, le violenze e le devastazioni che Governi sempre più deboli non riuscivano a contrastare. Di quella situazione i socialisti ebbero delle responsabilità sottraendosi, nonostante il 32% dei suffragi, ad alleanze con i partiti borghesi e con i popolari.

In quel quadro, molti italiani videro in Mussolini una sorta di garanzia per l’ordine costituito, persino alcuni nemici politici furono portati a fidarsi del suo pragmatismo vissuto come “il minore dei mali”. “Un’illusione – com’è stato sottolineato – che autorizzò assurde speranze. Persino l’antifascista Gaetano Salvemini accarezzò l’idea che il fascismo potesse essere depotenziato all’interno delle istituzioni liberali”. 

Il movimento fascista dunque si consolidò con le intimidazioni ma lo squadrismo fu favorito dall’inefficienza delle Istituzioni.

Paradossalmente però, dopo la marcia su Roma, fra il 1922 ed il 1924, il fascismo visse una fase di turbolenze con l’esplosione di molte contraddizioni interne, fra ambizioni personali e contrapposizioni coloro che paventavano l’annacquamento del movimento ed i sostenitori dell’establishment governativo del Duce. Dispute politiche che, come ha ben evidenziato Baravelli, celavano l’opportunismo di chi saliva sul carro del vincitore protesi all’assalto degli incarichi politici, delle cariche nelle Casse rurali e quant’altro.

Proliferarono fasci autonomi locali, boicottati dal centro, con relative bastonature incrociate. Lo squadrismo, particolarmente violento nelle “provincie rosse” ferrarese e polesana, si rafforzò raggiungendo il suo culmine nell’agosto del 1923 con l’omicidio di Don Minzoni. 

Il prof Gianpaolo Romanato, dell’Università patavina, contestualizzando con alcune note biografiche sulla sua famiglia, ha delineato la personalità del Giacomo Matteotti, sin da giovane leader dalle qualità innate, che scalò rapidamente le gerarchie locali, diventando ben presto figura egemone del Partito socialista. Nel 1919 fu eletto deputato, fino alla morte nel giugno 1924.

Libero e indipendente “Era però un uomo fondamentalmente divisivo, cosciente della sua superiorità era arrogante e finì per disunire la politica. La stampa liberale e cattolica avversò per anni il bel Giacomino, socialista impellicciato e traditore di classe.  Poco amato anche dai suoi competitori interni al partito, restò solo anche fra i suoi”. 

Matteotti inizialmente massimalista era divenuto riformista. Venne infatti espulso dal partito nel 1922, diventando segretario del Partito socialista unitario (poi socialdemocratico). Comprendendo più di altri il pericolo propose un governo di larghe alleanze con i cattolici, ma ormai era tardi. Pagò con la vita i suoi veementi discorsi alla camera contro i brogli alle elezioni del 1924 e violenze dei fascisti. 

Fu assassinato il 10 giugno 1924 e l’eco internazionale dell’omicidio fece per un momento tremare il regime, finché lo stesso Duce, il 3 gennaio 1925, intervenne attribuendosi la responsabilità dell’accaduto, dinanzi ad un Parlamento ormai inerme. Iniziò allora la fase dittatoriale con l’emanazione delle “leggi fascistissime”.

Matteotti pagò la sua solitudine politica, ma il suo pensiero era lungimirante (parlava già di Europa unita e criticava la pace punitiva nei confronti della Germania ammonendo che avrebbe portato ad una nuova guerra)”, ha concluso il prof Romanato. 

Infine una riflessione critica del professore: “Matteotti fu antifascista ma anche anticomunista, perciò non può essere l’uomo di tutti e pertanto la stessa sinistra non può riconoscersi in Lui, perché Giacomo era un socialista riformista, non un massimalista, tantomeno comunista”. 

Livio Zerbinati, dell’Isers, ha concluso la mattinata parlando del Giacomo Matteotti consigliere comunale durante l’amministrazione socialista di Badia Polesine, fra 1920 e il 1921.

In sala era presente la classe 5/a del liceo Primo Levi con la docente Claudia Bolognini,reduci dal concorso nazionale su Matteotti per le scuole e da un approfondimento in classe su don Minzoni.

Qualcuno recentemente ha detto che gli anniversari sono l’analgesico della nostra dolorante coscienza ma in questo caso non si è percepito.

Ugo Mariano Brasioli

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