Rugby Top10: Negli ultimi tre campionati le semifinaliste sono state sempre le stesse 

Negli ultimi tre campionati portati a termine le semifinaliste sono state sempre le stesse: Petrarca, Rovigo, Reggio Emilia e Calvisano

ROVIGO – Tra gli obiettivi dichiarati dal presidente federale Marzio Innocenti all’atto del suo insediamento ai vertici del movimento rugbystico italiano c’è anche quello della “riqualificazione” del Top 10, il massimo campionato nazionale che, dopo la creazione delle due franchigie celtiche, ha perso smalto e interesse. Il problema non è di poco conto e non è nemmeno di facile soluzione. 

Fino a quando i migliori giocatori italiani, che purtroppo non sono molti, finiranno nelle due squadre che giocano nell’URC, sarà dura vedere un Top 10 di livello tecnico apprezzabile ed equilibrato. In questo momento il campionato domestico non può sopportare 10 squadre (figuriamoci 12 come era qualche anno fa!) senza correre il rischio di vedere un torneo spaccato sin dalle prime battute in due tronconi con le squadre qualificate ai play off sicure del posto con largo anticipo. Nelle dieci edizioni disputate dopo l’ingresso in Celtic League (il campionato 2019/20 è stato annullato per Covid) in semifinale ci sono finite quasi sempre le solite squadre: dieci volte Rovigo e Calvisano, sette volte il Petrarca e poi è toccato al Mogliano (cinque volte), al Viadana, al Prato e al Reggio Emilia (tre volte ciascuno), alle Fiamme Oro (due volte) e al Parma (una volta)

Negli ultimi tre campionati portati a termine le semifinaliste sono state sempre le stesse: Petrarca, Rovigo, Reggio Emilia e Calvisano. I dieci scudetti assegnati dal 2011 a oggi sono finiti a Calvisano (5) a Rovigo (2), a Padova (2) e a Mogliano (1 nel 2013). Dal 2014 la finale è sempre stata un affare tra Calvisano, Rovigo e Petrarca. Anche la lotta per entrare nei play off è spesso risultata poco attraente con distacchi tra la quarta e la quinta piuttosto netti. Quest’anno la differenza tra Calvisano e Colorno è stata di 10 punti mentre l’anno scorso il vantaggio del Valorugby sul Viadana è stato di 14 punti. Nel 2018/19, invece, il gap tra i reggiani e le Fiamme Oro fu di 12 punti. E’ ovvio che un torneo che non regala sorprese difficilmente è in grado di offrire grandi motivi d’interesse. Giocare dall’autunno alla primavera per avere un esito scontato non è il massimo se si vuole rilanciare la popolarità della competizione. Per invertire questa tendenza non ci sono molte alternative. Senza giocatori e tecnici di qualità, che finiscono nell’alto livello, non si può produrre un rugby di valore per cui è necessario percorrere altre strade. Una di queste è sicuramente la riduzione del numero delle squadre. 

Le cifre dicono che in questo momento il rugby italiano non è in grado di esprimere dieci formazioni di livello più o meno assimilabile. Un esempio: la Lazio, quest’anno retrocessa in Serie A ma lo sarebbe stata anche negli ultimi due tornei senza il “salvataggio” causa Covid, negli ultimi sei campionati ha vinto in tutto 13 partite di cui appena una quest’anno dove è finita a 66 punti dalla capolista Petrarca. Un divario del genere non può far bene alla salute di un torneo alla disperata ricerca di appeal. 

Senza dimenticare che torneo ridotto nel numero di squadre (qualcuno dice che otto sarebbe giusto e qualcun altro si spinge sino a sei) garantirebbe una percentuale maggiore di partite competitive a tutto vantaggio del miglioramento tecnico e fisico dei giocatori. Un altro elemento che potrebbe dare qualche vantaggio sarebbe la “redistribuzione” dei migliori giocatori del Top 10 in un numero più ristretto di squadre che comporterebbe l’innalzamento del livello qualitativo degli organici. Inoltre, se la FIR mantenesse invariato il monte complessivo del finanziamento da destinare ai club, le società potrebbero disporre di un contributo federale maggiore da utilizzare, per esempio, per ingaggiare giocatori stranieri di fascia più elevata di quella attuale a tutto beneficio della qualità tecnica del torneo. 

Una stagione più corta, infine, sarebbe più facilmente gestibile dalle società anche dal punto di vista economico. La crescita del massimo campionato nazionale, però, non può arrivare solo da un diverso approccio sulle questioni strettamente tecniche (e in questa direzione sembrano andare anche le recenti decisioni della FIR con la creazione di un livello di formazione gestito direttamente dai club per favorire l’inserimento dei giovani più promettenti) ma anche da uno sviluppo delle società in termini di organizzazione e di strutture. Dopo l’accordo con la RAI e con la piattaforma Eleven Sports per la messa in onda di tutte le partite di campionato con riprese televisive di qualità (e conseguente disponibilità del TMO) i club dovrebbero impegnarsi per assicurare stadi all’altezza. Il che significa impianti di illuminazione che garantiscano le riprese notturne, postazioni adeguate per le telecamere, tribune e sale stampa attrezzate, terreni di gioco di qualità e ben curati che possibilmente non diano l’impressione di trovarsi in posti sperduti di campagna. L’attenzione di un pubblico diverso e l’interesse di nuovi sponsor si guadagna anche con queste cose. E infine un accorato appello: basta nomi altisonanti tipo Top 10 o Eccellenza che sembrano promettere una realtà che non c’è, ma si torni alla vecchia cara Serie A.         

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