La ricostituzione della Lega Italiana Rugby, è il terzo tentativo di questo genere nel panorama ovale. Riuscirà a far crescere il massimo campionato domestico?

ROVIGO – Sta per cominciare il Campionato di Serie A Elite. La presentazione del torneo si è svolta nei giorni scorsi a Rovigo, la città dei campioni d’Italia in carica, nonché vincitrice della Coppa Italia e della Super Coppa (LEGGI ARTICOLO). Era presente tutto lo stato maggiore del rugby italiano, dal presidente della Fir, Andrea Duodo, a quello della Lega Rugby, Giulio Arletti. 

Proprio la ricostituzione della Lega Italiana Rugby, avvenuta lo scorso anno, è stata una delle novità del movimento ovale italiano in questi ultimi tempi. E’ la terza volta in poco più di trent’anni che le società del maggiore campionato nazionale provano a mettersi assieme per dare vita a una realtà che ne porti avanti le istanze e gli interessi. Le precedenti esperienze (inizio anni ’90 e primi anni 2000) non sono finite molto bene. In entrambi i casi, dopo un avvio pieno di buoni propositi, qualche società si è sfilata e tutto è finito. 

Gli obiettivi della nuova Lega Italiana Rugby sono più o meno gli stessi di un tempo, in primo luogo la valorizzazione del campionato. Rispetto al passato, però, il contesto del rugby italiano è molto cambiato: oggi c’è l’alto livello federale, ci sono le franchigie, le accademie e il campionato non è più al centro del movimento. Un problema non da poco soprattutto per un’associazione che deve ancora risolvere diversi interni (il Direttore Generale Roberto Manghi ha dato le dimissioni alcuni mesi fa per dissapori con qualche società e non è stato nominato un suo successore) tanto che il previsto passaggio della gestione del campionato dalla Federazione alla Lega Rugby, non è avvenuto proprio per l’attuale debolezza organizzativa del sindacato come ha ammesso lo stesso presidente da Arletti. 

Al momento il suo ruolo, oltre ai compiti istituzionali per la gestione dei rapporti con la Federazione, è quello di occuparsi dell’organizzazione di singoli eventi come la finale di Coppa Italia, quella del Campionato e la Super Coppa. Un po’ poco per ambire a diventare una realtà in grado di incidere sul movimento rugbystico nazionale. In particolare non si vede all’orizzonte come verrà affrontata la sfida più importante che si è posta la Lega Italiana Rugby: rendere il campionato un “prodotto” commercialmente interessante per poterne ricavare delle risorse economiche da mettere a disposizione delle società. E’ questa la funzione più rilevante delle leghe sportive. In Italia gli esempi di altri sport come volley e basket (il calcio vive una dimensione a parte) dicono che ciò può avvenire principalmente attraverso tre modalità: sponsorizzazione del campionato, vendita dei diritti televisivi e gestione di eventi. Ultimamente si è aggiunta anche la possibilità di stringere accordi con le società di scommesse legali. 

E’ soprattutto su questo fronte che dovrà misurarsi l’azione della realtà guidata da Arletti. Lo scenario nel quale si trova ad agire la nuova Lega Rugby non è dei migliori: da anni manca uno sponsor del campionato, i diritti televisivi non producono introiti (anzi sono le stesse società che si tassano per pagare le spese di produzione delle riprese) e le eventuali entrate derivanti dall’organizzazioni delle finali devono fare i conti con un calo generale degli spettatori negli stadi del rugby italiano. Cambiare questa situazione non sarà un’impresa facile. Non bisogna dimenticare che le leghe sportive sono sostanzialmente dei matrimoni d’interesse nei quali la convivenza è motivata soprattutto dai vantaggi, specialmente quelli economici, che i singoli associati ne possono ricavare. 

Se questi vantaggi non arrivano, stare assieme diventa più complicato come hanno dimostrato i fallimenti dei precedenti tentativi. Valorizzare il campionato per renderlo più appetibile per sponsor, televisioni e pubblico è un obiettivo più che condivisibile, ma quanto è realizzabile? Domanda che al momento fatica a trovare risposte. Bisognerà avere molta fantasia per riuscire a rendere attrattiva una competizione nella quale non ci sono i migliori giocatori italiani (questi si trovano nei campionati esteri o negli organici delle due franchigie), non ci sono campioni stranieri di qualità e che si gioca, salvo rare eccezioni, con poco pubblico in piccoli stadi poco accoglienti, con servizi ridotti e scarsamente “televisivi”. Inoltre bisogna ricordare che il campionato domestico non ha accesso ad alcuna vetrina internazionale visto che i posti nelle coppe europee più importanti sono da anni assegnati per diritto alle due franchigie. Qualche anno fa a “vendere” il campionato ci aveva provato anche il manager Marco Aloi, nominato direttore del torneo dalla Fir di Marzio Innocenti, ricavandone un prevedibile buco nell’acqua. Adesso ci riprova la nuova Lega Italiana Rugby e sarà il vero banco di prova sul quale si gioca il suo futuro. Essere la controparte della Federazione solo per discutere la formula del campionato e poco altro si rischia il ripetersi degli esiti poco felici del passato. 

Roberto Roversi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultime notizie

Ultime notizie