GAIBA (Rovigo) – Un granchio blu spiaggiato sul letto ormai asciutto del Po, a circa 70 chilometri dalla foce. È questa l’immagine simbolo della grave crisi che sta interessando il grande fiume nel tratto veneto, in particolare nell’Alto Polesine, area recentemente riconosciuta come parte della Riserva della Biosfera Mab Unesco Po Grande.
Sebbene il granchio blu sia una specie aliena capace di adattarsi anche a basse concentrazioni di salinità, la sua presenza sul greto emerso del Po racconta meglio di qualsiasi dato una situazione sempre più critica. La ridotta portata d’acqua proveniente da monte e il cuneo salino, ormai penetrato per oltre 25 chilometri dalla foce, stanno modificando profondamente gli equilibri del fiume.
A preoccupare è soprattutto il fatto che al Delta del Po arriva sempre meno acqua. Il tradizionale regime idrologico, alimentato dalle piogge e dallo scioglimento dei ghiacciai, è stato profondamente alterato dagli effetti del cambiamento climatico. A questo si aggiunge un modello agricolo caratterizzato da un consumo idrico sempre più elevato, che contribuisce ad aggravare la situazione.
Il progressivo abbassamento del livello del fiume, unito all’accumulo di sostanza organica e nutrienti provenienti da agricoltura, allevamenti e scarichi dei depuratori, favorisce fenomeni di eutrofizzazione, con una crescita incontrollata di alghe e piante acquatiche e conseguenti morie della fauna ittica. Un quadro che mette seriamente a rischio la biodiversità del principale corso d’acqua italiano.
Criticità analoghe interessano anche le lagune del Delta, dove le elevate temperature e la prolungata assenza di apporti di acqua dolce trasformano le sacche lagunari in una vera e propria “pentola salata”. Una condizione che sta mettendo in ginocchio il comparto della pesca e dell’acquacoltura, già fortemente penalizzato dalla diffusione del granchio blu.
Nei giorni scorsi la Regione Veneto ha dichiarato lo stato di emergenza e adottato un’ordinanza per fronteggiare la siccità. Tuttavia, secondo Legambiente, continuare a vedere irrigatori a pioggia in funzione nelle coltivazioni di mais dimostra come non tutti abbiano compreso la portata del problema.
Le condizioni di scarsità idrica, un tempo considerate eccezionali, stanno infatti diventando sempre più frequenti, trasformandosi in una nuova normalità. Per questo, sottolinea l’associazione ambientalista, non è più sufficiente intervenire soltanto durante le emergenze. Limitazioni ai consumi e campagne di sensibilizzazione restano strumenti utili, ma non possono rappresentare l’unica risposta a una crisi destinata a incidere su agricoltura, attività produttive, ecosistemi e qualità della vita delle comunità.
«È indispensabile intervenire in maniera strutturale sul tema della gestione idrica e non solo nel periodo dell’emergenza, con interventi di ampio respiro e su scala sovraregionale, perché l’acqua del Po interessa quattro Regioni e se da monte se ne preleva troppa, al Delta non ne resta più», afferma Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto.
Per l’associazione è necessario accelerare gli interventi per ridurre le perdite della rete acquedottistica, promuovere il riuso delle acque reflue depurate dove tecnicamente possibile, incentivare la realizzazione di bacini di accumulo diffusi, adottare sistemi di irrigazione più efficienti e ripensare le vocazioni agricole dei territori privilegiando colture meno idroesigenti.
Una strategia che, secondo Legambiente Veneto, insieme alle sezioni di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, rappresenta l’unica strada per evitare il progressivo collasso degli ecosistemi fluviali e delle economie che dipendono dalle acque del Po.
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