ROVIGO – Nei giorni scorsi ci sono stati i funerali di Paolo Ferracin (LEGGI ARTICOLO). Erano presenti molti dei suoi vecchi compagni di squadra, in particolare quella campione d’Italia del 1976. Qualcuno di quei protagonisti ha lasciato la compagnia. Chi da poco, chi da tanto. A loro sono dedicate queste righe. Il prossimo anno sarà trascorso esattamente mezzo secolo dalla conquista di quel titolo. Ogni scudetto ha una sua storia, un suo significato. Quello del 1976 fu il tricolore che sanciva il ritorno ai vertici del Rovigo dopo alcuni anni complicati. Non fu solo la rinascita di una squadra ma di un intero ambiente.
Sul foglio appeso nella bacheca in legno sotto i portici di Piazza Vittorio Emanuele nell’angolo tra Palazzo Roncale e Palazzo Roverella, che per decenni è stato il “gruppo Whatsapp” utilizzato per le comunicazioni tra la società e i giocatori, c’è scritto che il ritrovo per la partita di domenica è allo stadio. I convocati arrivano al Battaglini un po’ alla spicciolata. Chi in auto, qualcuno in bicicletta, altri addirittura a piedi visto che abitano lì vicino. Chiacchierando si avviano a piccoli gruppi verso lo spogliatoio. Dentro c’è già il borsone con le maglie da gioco. Lungo le pareti ci sono le panchine per sedersi e attaccati al muro i ganci per appenderci gli abiti. Ognuno ha il suo posto. Non ci sono le etichette con il nome. Non servono.
Quando un “bocia” entrava in prima squadra doveva sapere da subito quali erano gli spazi off-limits. Se occupava il posto di qualche senatore il rischio di ritrovarsi gli abiti dentro una doccia con l’acqua aperta era piuttosto alto. Al centro dello stanzone c’è un tavolaccio di legno che ha le vaghe forme di un lettino per i massaggi. E’ scomodo e i giocatori, se possono, evitano di finirci sopra. Il tempo prima di una partita è un tempo strano. Non si sa mai come riempirlo. Ognuno ha un suo modo e non è detto che sia quello giusto. C’è chi si mette subito la maglia ma continua a indossare jeans e mocassini scamosciati; c’è chi gira mezzo nudo camminando di continuo tra lo stanzone e il bagno; c’è chi controlla se i tacchetti delle scarpe sono a posto; c’è chi non trova i calzettoni e chiede se qualcuno ne ha un paio in più; c’è chi non fa niente e resta seduto a fissare il pavimento e c’è chi traffica dentro la sua borsa per evitare che la biancheria pulita di ricambio non finisca nello spazio delle scarpe infangate.
“Ragazzi sta per arrivare il Cavaliere. Deve dirci una cosa importante”.
“Di cosa si tratta?”
“Non lo so di preciso. Però domenica prossima c’è la partita con l’Algida Roma e Teofilo Sanson ha chiamato in società per dire che ci tiene molto. Adesso sentiamo il Cavaliere.”
Dal fondo, ma non si capisce bene esattamente da dove e da chi, si sente una voce che nessuno conosce:
“Il Cavaliere non c’è.” (Cavaliere Lamberto Coltro, presidente della società).
Qualcuno apre il borsone delle maglie. Bisogna distribuirle. Tutti, però, aspettano che l’allenatore, come d’abitudine, comunichi i 15 nomi che entreranno in campo e dia gli ultimi consigli su come giocare quella partita.
“Dov’è il “vecio”? Deve dare la formazione.”
Silenzio. Poi ancora quella voce.
“Il vecio non c’è.” (Julien Saby, allenatore della squadra).
“Comunque sappiamo che la squadra titolare è quella che ha schierato nell’ultimo allenamento. Quello che dobbiamo fare in campo lo abbiamo provato tutta la settimana per cui non c’è bisogno che ce lo ripetano ancora.”
Intanto c’è qualcuno che fruga nella valigetta dei medicinali alla ricerca di un cerotto.
“Lascia stare – gli dice un compagno – Così metti disordine. Sai che Piero s’arrabbia per queste cose. Ci perde un’ora a sistemarla per avere tutto a posto e tu gliela incasini.”
Ma c’è sempre quella voce.
“Piero non c’è.” (Piero Brunello, massaggiatore).
“Come non c’è? E adesso chi lo dice a Mariano? Senza la mezzora di massaggio che gli serve per raddrizzare la sua schiena malandata non ce la fa a giocare.”
“Mariano non c’è.” (Mariano Dal Martello, pilone).
“Qualcuno dopo mi presta lo shampoo per la doccia? Me lo sono dimenticato.”
“Ancora! E’ da un mese che te lo dimentichi. Ragazzi facciamo una colletta e ne compriamo dieci confezioni. Magari quello alle “brecane” antiforfora.”
“Basta scherzare. Pensiamo alla partita. Questi non sono venuti a Rovigo in vacanza.”
“Come va con la caviglia?”
“Mi fa ancora un po’ male, ma va meglio. Però per giocare ho bisogno di un’infiltrazione come domenica scorsa. Sto aspettando Dino. E’ lui che me la deve fare. A proposito è arrivato? Non vorrei avesse trovato traffico per strada. Oggi veniva direttamente da casa, da Cordenons.”
Oggi niente infiltrazioni.
“Dino non c’è.” (Dino De Anna, trequarti e medico della squadra).
Intanto i giocatori continuano i loro riti prepartita, a metà tra l’abitudine e la scaramanzia. C’è chi sotto i calzoncini usa sempre gli stessi slip da due campionati (però ogni tanto li lava!), c’è chi non cambia mai le stringhe prima di un match, c’è chi mette le scarpe ma le allaccia solo pochi minuti prima di entrare in campo, c’è chi non fa niente e spera solo che quell’attesa finisca il prima possibile, c’è chi aspetta di andare in bagno perché se non succede diventa un brutto segnale. C’è chi resta tranquillo e chi comincia a diventare nervoso.
Da fuori qualcuno avverte.
“Datevi una mossa. L’arbitro sta aspettando la lista dei giocatori con i documenti.”
“Ma non è Luciano che se ne occupa? Di solito la prepara sempre in anticipo. Qualcuno gli dica di sbrigarsi. Ci manca solo che facciamo innervosire l’arbitro per queste cose che poi ci massacra in campo.”
“Luciano non c’è.” (Luciano Ferrari, dirigente accompagnatore della squadra).
“Cos’è questo odore? Sembra muffa che puzza di rancido. Mi pare provenga da quella borsa. Prova ad aprirla.”
“Che schifo! Qui dentro c’è roba che non vede una lavatrice da due mesi. Le scarpe hanno ancora il fango di domenica scorsa.”
“Allora è la borsa di Dirk. Quando arriva sarà meglio dirgli non può fare sempre così. Va a finire che moriremo tutti asfissiati. Ma diteglielo senza farlo arrabbiare.”
Quella voce non la smette.
“Dirk non c’è.” (Dirk Naudè, seconda linea).
“Mi raccomando c’è da tenere d’occhio quel piccoletto terza linea. Ogni volta che lo incontriamo ci rompe sempre le scatole.”
“Chi? Quello mezzo biondo che parte sempre in fuori gioco e ti placca in ritardo?”
“Si. Proprio lui.”
“All’andata ci aveva pensato Doro a calmarlo. Può fare la stessa cosa anche oggi.”
Sempre quella maledetta voce.
“Doro non c’è.” (Isidoro Quaglio, seconda linea).
Dal borsone delle maglie ne spuntano ancora un paio che nessuno ha preso. Un giocatore afferra la prima.
“Questa è di Bernard. E’ la numero 10.”
“Il solito. Ieri sera avrà fatto casino fino a tardi e sarà ancora a letto. Qualcuno lo vada a prendere.”
“Bernard non c’è.” (Bernard Thomas, apertura).
“Su ragazzi prepariamoci. Pippo ci aspetta per fare il riscaldamento. Facciamolo bene perché con il campo pesante è più facile avere problemi muscolari.”
La voce non si ferma mai.
“Pippo non c’è.” (Pippo Franchini, preparatore atletico).
“Di chi è quell’altra maglia rimasta?”
“E’ quella di Paolo”
“Non è ancora qui? Ma se ci siamo lasciati poco fa in piazza prima di venire al campo. Mi ha detto che sarebbe arrivato con la sua macchina. Dove è finito?”
La voce continua imperterrita.
“Paolo non c’è.” (Paolo Ferracin, tallonatore).
E’ ora di andare in campo. L’arbitro ha già chiamato le squadre. Il Battaglini è pieno di gente. C’è una partita da portare a casa. L’ultimo a lasciare lo spogliatoio si ferma un attimo sulla porta. Getta uno sguardo verso l’interno dello stanzone. E’ vuoto, non c’è più nessuno. Sul tavolaccio di legno sono rimaste le maglie di Doro, di Mariano, di Dino, di Dirk, di Paolo, di Bernard. C’è la valigetta di Luciano con i cartellini dei giocatori e due documenti che doveva far firmare al Cavaliere, il Presidente. In un angolo c’è la borsa medica di Piero con garze, fasce, spray disinfettanti, unguenti e pozioni varie. Lì accanto, appesa a un gancio sul muro, c’è l’inconfondibile giacca in pelle di Pippo. Su una panchina, quella vicina all’ingresso, c’è un basco nero. E’ quello di Julien Saby.
“Magari verranno più tardi al terzo tempo e gli racconteremo come è andata.”
Roberto Roversi















One Comment
Ho avuto la fortuna e l’onore di giocare contro questa squadra , piena di elementi FORTISSIMI . Comunque era sempre una BATTAGLIA .