ROVIGO – Sembra ormai un tema da cui non ci si può sottrarre. Sulla fusione dei Comuni Confartigianato Polesine aveva già lanciato una sorta di Sos a giugno dell’anno scorso in occasione del convegno organizzato in Camera di Commercio dal titolo “Il Polesine nel Veneto. Quale sviluppo per una nuova identità”, in cui la Cgia di Mestre metteva in evidenza alcuni aspetto socio-economici che riportavano alla necessità di ridurre la frammentazione territoriale della nostra provincia.
Analizzando i dati del 2021 si registrava un calo del valore aggiunto ed una pericolosa desertificazione imprenditoriale con più di 3mila sedi di imprese in meno in 12 anni (-11,5%). A questo si deve aggiungere l’invecchiamento della popolazione e la perdita di abitanti, scesi sotto i 230mila, con un calo di 6 punti percentuali in soli 8 anni. “E’ evidente che qualcosa non va e che bisogna al più presto correre ai ripari – afferma il Presidente di Confartigianato Polesine Marco Campion -. Stiamo perdendo l’identità provinciale lentamente, senza nemmeno accorgercene. La Camera di Commercio di Rovigo si è unita a Venezia, perdendo quindi il ruolo di punto di riferimento per le imprese, associazioni di categoria e sindacati si sono accorpati con altre province limitrofe più forti in termini di peso specifico e perdendo identità territoriale, gli enti locali sono troppo piccoli per poter offrire progettualità e servizi di ampio respiro. E’ necessario fare un cambio di rotta”.
Per Campion sono troppi gli aspetti preoccupanti che di fatto limitano le opportunità di sviluppo che potrebbero rilanciare il Polesine nel futuro, come insediamenti produttivi agevolati, potenziamento del settore turistico e logistico, aumento dell’offerta residenziale. “Stiamo cercando di attirare aziende, ma non offriamo i servizi correlati, quali infrastrutture, abitazioni, Comuni attrattivi per vitalità sociale e commerciale – spiega Campion -. La dimensione media dei nostri Comuni è di meno di 5mila abitanti, solo 6 Comuni superano i 10mila e 31 hanno meno di 3mila abitanti. Vero è che la tendenza delle famiglie è quella di ricercare una maggiore qualità della vita e che dopo la pandemia si è assistito, anche grazie ai benefici del Bonus 110, alla caccia di una casa con giardino, ma è impensabile che si scelga di vivere in un centro di poche anime, magari circondato da campagna, poco collegato ai centri più grossi e dove, oltre alla chiesa, ad un bar e, se va bene, uno sportello postale, non ci sia altro. A maggior ragione se i residenti sono perlopiù anziani. Gli enti locali non hanno risorse e si affidano sempre più al volontariato per sopperire alle loro carenze e sicuramente sono poco attrattivi per nuovi abitanti”.
Un giudizio severo che però è la fotografia del nostro Polesine, provincia lunga e stretta, che rischia di soccombere nell’isolamento. “Abbiamo un esempio eclatante di come la fusione tra Comuni possa trovare benefici ed è Porto Viro – fa notare Campion – che grazie ai contributi e ad un certo dinamismo imprenditoriale, sta mostrando benessere, vivibilità e vitalità. Il senso di appartenenza è difficile da perdere, ma dovremmo pensare ai nostri giovani, che vivono nella globalizzazione, che hanno bisogno di stimoli, di occasioni lavorative, di vivere in contesti sociali che aprano le loro menti. A mio avviso non possiamo ancorarci ad un’identità campanilistica ma piuttosto ad una visione più provinciale, in cui i Comuni si fondono e si alleano per una crescita generale e di più ampio respiro, per il bene delle future generazioni, delle imprese e della società intera”.

















