ROVIGO – È scomparso oggi Luciano Ravagnani, considerato unanimemente il più autorevole e innovativo giornalista italiano di rugby. A ricordarlo con parole dense di affetto e gratitudine è Roberto “Willy” Roversi, che con Ravagnani ha condiviso oltre mezzo secolo di amicizia, rugby e passione per il racconto sportivo.
“La notizia, purtroppo, me l’aspettavo”, scrive Roversi. “L’ultima volta ci eravamo sentiti prima delle festività del 2024. Poi, poco prima di quel Natale, ha avuto seri problemi di salute dai quali non si è più ripreso. Mi tenevo informato attraverso amici comuni e non arrivavano buone notizie”.
Originario di Costa di Rovigo, Ravagnani aveva iniziato a raccontare il rugby polesano già alla fine degli anni Cinquanta, seguendo le imprese della squadra rossoblù dalle colonne dell’edizione locale de Il Resto del Carlino. Dopo un corso di giornalismo a Roma, il ritorno in Polesine e il passaggio a La Gazzetta Padana, prima di approdare a Il Gazzettino, quotidiano con cui avrebbe legato l’intera carriera professionale.
“L’ho conosciuto più di cinquant’anni fa”, ricorda Roversi. “Lui era già un giornalista affermato, io un giocatore appena arrivato in Serie A. Non so perché, ma gli stavo simpatico e spese parole buone per me. Quando smisi di giocare per un infortunio, fu lui a incoraggiarmi a scrivere di rugby, pubblicando i miei primi articoli. Da lì è nata una vera amicizia”.
Negli anni Ravagnani è stato molto più di un cronista. È stato un innovatore del linguaggio sportivo, il primo a introdurre in Italia l’analisi tecnica delle partite di rugby, andando oltre il semplice resoconto per raccontare dinamiche tattiche, psicologiche ed emotive. “Parlava degli umori di una squadra, del valore umano prima ancora che atletico. Era il suo marchio di fabbrica”, sottolinea Roversi.
Inviato a numerosi eventi sportivi internazionali, Ravagnani ha seguito anche diverse edizioni del Giro d’Italia, ma il rugby è sempre rimasto il suo centro. Ha accompagnato la Nazionale azzurra in un numero incalcolabile di test-match ed è stato tra i primi a comprendere l’importanza delle statistiche, raccogliendo dati già negli anni Sessanta, quando in Italia erano quasi sconosciute.
Autore di libri diventati riferimento per il movimento ovale, come Azzurro nel Sud Pacifico sul tour dell’Italia in Nuova Zelanda del 1980 e Una città in mischia, dedicato ai primi cinquant’anni del Rugby Rovigo, Ravagnani era anche un instancabile studioso. La sua biblioteca, ricca di testi e riviste provenienti da tutto il mondo, racconta una vita spesa per conoscere e comprendere il gioco.
“C’era un piccolo cruccio che si portava dietro”, ricorda ancora Roversi. “A Padova e Treviso lo accusavano di essere di parte perché era rodigino, a Rovigo dicevano che favoriva Petrarca e Treviso. Piccole storie di provincia. In realtà, su quello che scriveva e su come lo scriveva, c’era poco da discutere: era la realtà raccontata nel modo migliore”.
Negli ultimi anni Ravagnani non nascondeva la sua distanza dal rugby moderno. “Non gli piaceva il rugby di oggi”, racconta Roversi. “Pensava che troppi cambiamenti regolamentari ne avessero snaturato l’anima. Ne parlavamo spesso al telefono, in lunghe chiacchierate che andavano dal rugby mondiale al nostro Rovigo”.
Il suo ultimo contributo giornalistico è arrivato con il mensile All Rugby, dove le sue analisi restavano, fino all’ultimo, lucide e attuali. “Mi auguro che il rugby italiano sappia ricordarlo come merita”, conclude Roversi. “Molti anni fa mi consegnò una cartella di suoi appunti statistici sul Rovigo. La conservo ancora. Da oggi è ancora più preziosa”.
Con Luciano Ravagnani se ne va una voce autorevole, ma resta un’eredità culturale e umana che ha segnato profondamente il rugby italiano.
L’ultimo saluto gli sarà dato mercoledì 7 gennaio, alle 11 alla camera ardente della Fondazione Madonna del Corlo di Lonato del Garda (Bs). La Federazione italiana rugby, di cui è stato capo ufficio stampa, ha disposto un minuto di silenzio su tutti i campi d’Italia nel fine settimana.













