ROVIGO – L’economia imprenditoriale italiana apre il 2026 con un segnale inatteso: il saldo tra nuove imprese e cessazioni torna positivo, anche se di misura. Tra gennaio e marzo si registrano infatti 690 aziende in più, risultato che interrompe una lunga serie di primi trimestri negativi.
A sostenere questo dato è soprattutto la riduzione delle chiusure, mentre le nuove iscrizioni restano sostanzialmente stabili. Un equilibrio fragile, che riflette il clima di incertezza economica: molte imprese scelgono di attendere prima di prendere decisioni definitive.
Servizi in crescita, industria e commercio in difficoltÃ
Il quadro settoriale conferma un cambiamento strutturale: crescono i servizi, in particolare quelli finanziari, professionali e immobiliari, mentre arretrano i comparti tradizionali. Il commercio perde oltre 9.600 imprese, l’agricoltura più di 6.000 e la manifattura continua a contrarsi.
Parallelamente, emerge con forza il ruolo delle società di capitali, vero motore della crescita (+15.739 unità ), a fronte del calo delle imprese individuali e delle società di persone. Un segnale chiaro di trasformazione del tessuto imprenditoriale verso modelli più strutturati.
Il divario territoriale: cresce il Centro-Sud, arretra il Nord
Dal punto di vista geografico, il dinamismo si concentra nel Centro e nel Mezzogiorno, trainati rispettivamente dal Lazio e da regioni come Campania e Sicilia. Il Nord, invece, mostra segnali di debolezza.
Particolarmente significativa la flessione del Nord-Est, che registra un calo dello 0,15%. In questo contesto, il Veneto chiude il trimestre con un saldo negativo di oltre 1.400 imprese.
Il caso Rovigo: il dato peggiore del territorio
All’interno di questo scenario, spicca il dato della provincia di Rovigo, tra i più critici a livello nazionale. Qui il saldo tra iscrizioni e cessazioni è fortemente negativo: -255 imprese nel primo trimestre, con un tasso di crescita del -1,06%, uno dei peggiori in Italia.
Un risultato che evidenzia le difficoltà del tessuto economico locale, già caratterizzato da una forte presenza di settori tradizionali come agricoltura e commercio, oggi tra i più colpiti dalla contrazione.
Uno scenario ancora incerto
Nonostante il segnale positivo a livello nazionale, il quadro resta fragile. La crescita è minima e disomogenea, con ampie differenze territoriali e settoriali. Se da un lato emergono segnali di trasformazione e resilienza, dall’altro persistono aree – come il Polesine – dove la crisi si fa ancora sentire con forza.
La vera sfida nei prossimi mesi sarà capire se questo timido segnale di ripresa riuscirà a consolidarsi o resterà un episodio isolato in un contesto economico ancora instabile.

















