Al Rotary approda il diritto del disabile a comunicare 

Il Rotary club Altopolesine ha incrociato le esperienze di tre giovani relatori affrontando anche il problema dell’inclusione scolastica 

BADIA POLESINE (Rovigo) – È stata una serata molto attesa e partecipata quella svoltasi martedì 21 marzo all’emporio Borsari, dove il Rotary club Altopolesine ha incrociato le esperienze di tre giovani relatori sul diritto di comunicare delle persone con disabilità. 

La rotariana Camilla Maduri, Glenda Incao ed Emanuele Giacomella hanno spiegato le metodologie e le tecnologie più avanzate per affermare quel diritto alla relazione.

È stato il presidente del club Fabio Baratella, salutando gli intervenuti a ricordare l’impegno del Rotary sulla Dei (acronimo di Diversità, equità ed inclusione). L’interessante serata è stata inoltre allietata dall’arrivo della comunicazione ufficiale dell’ammissione del club ad una delle Sovvenzioni Globali (Global Grants) rotariane. Trentasettemila dollari destinati alla creazione di un ambiente psicoterapeutico in un istituto oncologico, per il quale il Rotari altopolesano è partner internazionale del Rc Cluj Napoca Cetatuie (Romania).

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Dopo il cerimoniale rotariano d’inizio espletato da Sara Zorzan e Stefania Turazzi, Camilla Maduri ha introdotto il tema parlando della “Comunicazione alternativa aumentativa”. Una metodologia comunicativa per le persone con bisogni comunicativi complessi, nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 e che ora si sta affermando anche da noi. “Si chiama aumentativa, – ha spiegato –  perché incrementa ma non sostituisce quella tradizionale, alternativa perché utilizza segni alternativi alle parole, come grafici, pittogrammi, immagini e la mimica”. Tutto parte dall’assunto che “…poiché la comunicazione è l’essenza della vita umana”, poterlo fare è un diritto, soprattutto per le persone con difficoltà relazionali. Fra le esperienze portate all’attenzione dell’uditorio, quella realizzata con la collega Linda Borin nell’ambito del museo della giostra di Bergantino, ha catturato l’interesse generale. Commovente è stato infine l’appello estratto dal libro “Alzo gli occhi per dire sì”, in cui una signora tetraplegica afferma: “…fate in modo che le persone … non rimangano senza voce”.

Glenda Incao ha invece affrontato il problema dell’inclusione scolastica (insufficiente) e nell’età adulta, evidenziando come in tutti i casi il progetto “Caa” per essere efficace debba coinvolgere anche i normodotati per preparali a conoscere gli strumenti dell’inclusione. Nell’occasione della concomitante giornata mondiale sulla sindrome di Down, Incao ha posto l’accento sul fatto che, nell’immaginario collettivo la disabilità cognitivo-intellettiva, è meno sentita e spesso liquidata con stereotipi stucchevoli. Con l’ausilio di alcuni video, Glenda ha dimostrato l’importanza della “Caa” applicata al progetto “Io sono, io posso, io scelgo”, mirante a facilitare l’accesso delle persone con deficit comunicativo all’acquisto di beni e servizi. Per un buon risultato è però necessario un approccio diffuso e che l’ambiente e i partner comunicativi siano estremamente accoglienti e informati.

Dell’aspetto tecnologico della “Caa” ha infine parlato Emanuele Giacomella, partendo da una considerazione: “In Italia ci sono 6.900.000 persone disabili (circa l’11,60% della popolazione) per le quali non esiste un’adeguata facilitazione all’accesso ai servizi territoriali”. Sviluppare ed introdurre tecnologie inclusive “Universal design” (cioè Progettate per tutti), allora può semplificare la vita non solo ai disabili. Il visore per la realtà aumentata, le mappe tattili per ipovedenti, i plastici in 3D, sono solo alcuni esempi applicabili a tutto il comparto dell’accoglienza (anche turistica). 

Ugo Mariano Brasioli 

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