L'analisi del voto sui 5 referendum abrogativi, che non hanno raggiunto il quorum, di Pieralberto Colombo, segretario generale di Cgil Rovigo

ROVIGO – Dopo l’ammissione della sconfitta elettorale da parte del Partito democratico di Rovigo (LEGGI ARTICOLO) giunge la riflessione di Pieralberto Colombo, segretario generale della Cgil di Rovigo, il sindacato che più di ogni altro si è impegnato nella promozione dei quesiti referendari, promotore di ben 4 su 5 proposte abrogative.

“Placatisi i clamori da stadio sull’esito dei referendum – conditi dall’immancabile striscione, non certo ironico, di groppuscoli neo-fascisti che di fatto alimentano odio (LEGGI ARTICOLO) – può essere il momento di qualche necessaria riflessione, che parta da considerazioni e dati oggettivi.

Come Cgil siamo stati i promotori dei 4 quesiti sul lavoro (raccogliendo 4 milioni di firme) e, pur non essendone promotori, convinti sostenitori del SI per il quesito sulla cittadinanza. L’obiettivo era ovviamente il raggiungimento del quorum, pur consapevoli dell’alta percentuale di astensionismo che da anni si manifesta in Italia, e quindi va innanzitutto dichiarato che il mancato raggiungimento di tale obiettivo rappresenta certamente un elemento negativo ed una ragione di ulteriore riflessione per il nostro Sindacato, su come cercare ancora meglio di creare occasioni di dialogo, confronto ed ascolto con le persone nei territori, soprattutto quelli più periferici.

La mancata partecipazione diretta di una consistente percentuale di persone alla vita democratica, persino nei referendum in cui si può decidere direttamente senza delegare nessuno, è un problema per la stessa democrazia che dovrebbe interrogare tutti, a cominciare dalla politica, a meno che qualcuno non sia tentato di cavalcarla per affermare un’idea diversa di democrazia rispetto a quella di cui abbiamo goduto fino a ieri: una democrazia però illiberale e questo rappresenterebbe un grave problema.

Per tali motivi ha stupito negativamente che rappresentanti delle istituzioni della nostra Repubblica – da livello nazionale a quello locale con tanto di provocatori selfie al mare la domenica del voto – abbiano invitato a non votare, senza entrare nel merito invece dei temi referendari dietro ai quali c’era la condizione di lavoro e vita di milioni di persone. Per non entrare nel merito di questi temi, chi osteggiava i referendum ha voluto furbescamente far passare i quesiti come una questione solo politica, di regolamento conti, non avendo altri argomenti e questo ha certamente dissuaso un altro pezzo di cittadine/i dal recarsi a votare. E così si è di conseguenza preso a riferimento , come una clava politica, solo il raggiungimento o meno del quorum (nato quando a votare andava regolarmente almeno l’80% degli aventi diritto e sui la politica dovrà fare prima o poi una seria riflessione anche semmai mettendola insieme al numero di firme necessarie), a seconda degli interessi di parte.

Vi sono però anche altri dati oggettivi che qualcuno finge di non vedere. In valori assoluti hanno votato quasi 15 milioni di persone e, per i 4 quesiti su lavoro, oltre 12 milioni si sono espresse con un SI in Italia. Nella nostra Provincia hanno votato circa 45mila persone – ed anche qui circa l’88% di queste ha votato Si nei quesiti sul lavoro – nel complesso ben più degli iscritti alla CGIL polesana che alla fine del 2024 contava 34.912 iscritti certificati (tra lavoratori attivi e pensionati); erano infatti i referendum delle persone che devono lavorare e che nulla ha a che fare con il loro orientamento politico. E’ oggettivamente una quantità estremamente significativa di persone che ha voluto esprimersi con un SI nel merito per abrogare leggi o parti di esse che rendono il lavoro più ricattabile e precario e meno sicuro soprattutto nel delicato settore dei sub-appalti. Numeri di questa entità spesso determinano le maggioranze in Parlamento. Poi i fans dell’astensionismo possono anche far finta di nulla ma questa è la realtà e tali numeri dicono chi rappresenta il lavoro, non altre strampalate teorie di parte della politica.

Una realtà fatta di persone in carne ed ossa, altro che referendum politici, che incontriamo spesso nei nostri uffici o nei luoghi di lavoro, che per loro o per i loro figli e nipoti chiedono di migliorare la condizione e di avere un lavoro più giusto, stabile e di qualità, anche nell’ambito della drammatica situazione legata alla sicurezza nei luoghi di lavoro. Così come, al contrario di quanto dichiarato da un’altra istituzione locale che ha deciso di scendere in campo nei commenti del post voto, purtroppo non è vero che “nessuno licenzia chi lavora e dà valore aggiunto”. Anche qui i fatti lo dicono: basti chiedere agli uffici legali delle Organizzazioni Sindacali (non solo CGIL) quanti licenziamenti illegittimi, decisi dal giudice non dal Sindacato, devono trattare anche se purtroppo ancora con gli spuntati strumenti a disposizione, a causa della mancanza di reintegra o a causa dell’indegno tetto di sole sei mensilità. Questo è il mondo reale di oggi, non del passato.

Mentre è bene ricordare ai “benaltristi”, che ci spiegavano che sono “altri” i problemi che riguardano il lavoro, che contrastare la precarietà del lavoro (che colpisce ancora milioni di persone in Italia) significa anche combattere il lavoro povero che molteplici cause: sono due facce della stessa medaglia e provoca guasti irreparabili anche per il futuro previdenziale delle nuove generazioni. Per non parlare poi di quanto tutto questo interessi direttamente il nostro Territorio, la sua qualità ed attrattività, dato che rimaniamo una Provincia con i redditi da lavoro più bassi del Veneto e per oltre l’80% le nuove assunzioni avvengono con contratti di lavoro precario ed in settori spesso fragili e “poveri”. I referendum non risolvevano ovviamente tutti i problemi ma dicevano anche a chi ha la responsabilità di governare oggi, come domani, che chi fa le leggi si deve occupare in meglio di tali temi, non far finta che non esistano storture o peggiorare addirittura tale condizione. Il segnale in tal senso, chiaro ed oggettivo, è arrivato da molte milioni di persone e sarebbe bene che tutti ne tenessero conto, a cominciare da chi ha voluto politicizzare i referendum che toccavano invece la condizione concreta di tantissime persone e dai fans dell’astensionismo. Se chi deve fare le leggi continua a non occuparsene è inevitabile che si ricorra anche allo strumento del referendum abrogativo, previsto dalla nostra Costituzione.

Lo stesso vale per il tema della cittadinanza. Si è voluto anche lì “inquinare i pozzi” con la solita narrazione strumentale e falsa, senza approfondimenti e per facile consenso elettorale, dello straniero come pericolo o delinquente e causa di tutti mali. In quel quesito referendario si parlava invece di tante brave persone e loro figli (basterebbe conoscerli) che vivono e lavorano regolarmente da anni con noi e desiderano diventare italiani e che per farlo devono dimostrare requisiti rigidissimi, di residenza, reddito, regolarità nel pagamento delle tasse, conoscenza della lingua italiana e persino della Costituzione. Semplicemente avrebbero potuto far domanda dopo 5 anni invece di dieci che, per la nostra burocrazia, sarebbero stati comunque almeno 7 o 8. Andava fatto – se non si voleva per ragioni di integrazione vera e di civiltà – anche per tenerli più legati ai nostri Territori che si spopolano. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, in Polesine abbiamo perso oltre 5mila giovani e la popolazione, non solo da noi, invecchia sempre più. Chi semina divisioni o odio o facile razzismo non ci ha ancora spiegato come faremo, con nei fatti sempre meno lavoratori, a continuare a finanziare i servizi pubblici (sanità, pensioni, scuola, sociale) a meno che l’idea sia che, sempre più, chi può se li pagherà e chi non riesce si arrangerà. Ma forse sono ragionamenti troppo articolati e che nel breve periodo non portano voti.

Come CGIL , forti proprio di questi grandi numeri oggettivi e di così tante relazioni create nella campagna referendaria, continueremo comunque a fare proposte ed a mobilitarci per migliorare la condizione di tante persone e realizzare un nuovo modello sociale e del lavoro. Non sempre però la contrattazione è ormai sufficiente: basta che un’azienda o un’Associazione si neghi, dicendo che sta applicando ciò che le attuali leggi sul lavoro consentono. Ecco perché in tale situazione è necessario continuare ad utilizzare tutti gli strumenti democratici consentiti e così continueremo a fare con il supporto di tante lavoratrici e lavoratori e, auspichiamo, insieme alle tante realtà presenti nei comitati referendari” conclude Colombo per la Cgil di Rovigo.

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