ROVIGO – La mostra che dal 2 dicembre sarà in Palazzo Roncale con il titolo “Il Conte e il Cardinale. I capolavori della Collezione Silvestri”, oltre a svelare una serie di notevolissime opere d’arte, porta in luce la figura e la storia del Cardinale, Pietro de Silvestri, che sull’Unità d’Italia aveva idee decisamente poco gradite al Papa del momento, Pio IX.
La mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme all’Accademia dei Concordi, al Comune di Rovigo e al Seminario Vescovile, è ideata da Sergio Campagnolo e curata da Alessia Vedova.
Pietro de Silvestri era nato a Rovigo il 13 febbraio del 1803 dal conte Carlo e da Antonia Dottori Sanson. Dopo gli studi letterari presso il Seminario rodigino, si laurea all’Università di Padova in teologia e diritto.
È del 1826 l’ordinazione sacerdotale seguita dall’incarico nella parrocchia dei Ss. Francesco e Giustina e dall’insegnamento di discipline bibliche e della lingua ebraica nel Seminario diocesano.
Nel 1836 al giovane sacerdote rodigino giunge dall’Imperatore Francesco 1^ la nomina ad uditore per l’Austria alla Sacra Rota. Giunto a Roma si mostra molto attivo nella riorganizzazione dell’antica istituzione, fino adiventarne decano.
Il prestigio che andava conquistandosi nella Curia Pontificia venne premiato, il 15 marzo 1858, dalla porpora cardinalizia decisa da Papa Pio IX. Pochi mesi dopo il governo austriaco gli conferisce l’incarico di protector nationis austriacae presso la corte papale, incarico di assoluta fiducia finalizzato a salvaguardare gli interessi e le relazioni privilegiate dell’Impero con il Papa e la Curia romana. In quanto cardinale, gli venne assegnata la titolarità della chiesa di San Marco e residenza nel contiguo Palazzo Venezia, già sede dell’ambasciata della Serenissima a Roma.
Sono gli anni in cui matura l’Unità d’Italia e il cardinale si mostra uno “dè più favorevoli, dè più energici” alleati di Cavour presso la Curia romana. Il suo è un mutamento di campo che non passa inosservato. L’Austria gli toglie l’incarico di rappresentanza e la sede di Palazzo Venezia, mentre de Silvestri entra in conflitto con il potente Segretario di Stato, cardinale Giacomo Antonelli, e lo stesso Papa.
Considerato come “capo della cospirazione in Roma”, de Silvestri corre il concreto rischio di essere privato della stessa porpora cardinalizia. Queste ostilità gli consigliano un atteggiamento molto defilato.
Il suo ruolo e peso nella Questione Romana sono tutti da verificare. Le opinioni degli storici risultano molto contrastanti. C’è chi lo considera un “insignificante opportunista”, “soggetto di scarsi talenti” e chi gli riconosce una statura ben diversa.
La distruzione da lui voluta della corrispondenza e di altri documenti ha privato gli storiografi di testimonianze che avrebbero potuto meglio chiarire il suo ruolo politico.
Di certo la sua posizione all’interno della Curia Papale era del tutto compromessa, tanto che venne tenuto all’oscuro persino della convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano 1^ e venne messo il veto sulla sua nomina ad Arcivescovo di Milano, pur caldeggiata nel 1867 dal Governo Italiano. Vittorio Emanuele II lo indicò, senza fortuna, tra i candidati al Soglio Pontificio graditi al Governo italiano.
Dopo Porta Pia, e il disfacimento dello Stato Pontificio, de Silvestri entrò a far parte della speciale commissione incaricata di riorganizzare la Curia.
Morì a Roma il 19 novembre 1875 e venne provvisoriamente sepolto, senza particolari onori, al cimitero del Verano per essere poi trasferito nella tomba di famiglia a Rovigo.
Pietro de Silvestri non fu, probabilmente, un finissimo stratega politico. Ma fu certamente uomo di grande cultura. Già da giovane era stato ammesso tra gli Accademici dei Concordi. Alla “sua” Accademia destinò la ”Silvestriana”, raccolta di 40 mila volumi tra i quali testi unici e rari, così come aveva già donato la Casa del Petrarca, possedimento di famiglia. E, infine, con il fratello conte Gerolamo, l’intera collezione d’arte e di archeologia dei de Silvestri, conferendone una metà al Comune e all’Accademia dei Concordi e l’altra al Seminario Vescovile. Gli altri beni mobili ed immobili di famiglia, in assenza dell’erede designato, finirono nella disponibilità del Vescovo di Adria.
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