ADRIA (Rovigo) – Serata speciale quella di martedì 28 ottobre per il Rotary Club di Adria, che ha voluto dedicare una conviviale a una delle realtà sportive più significative del nostro territorio: il Rugby, assieme a ex dirigenti e componenti della squadra del Rugby Rovigo Delta, che sono accorsi numerosi alla chiamata del socio rotariano Renzo Bullo, due volte presidente della Rugby Rovigo ed ex presidente del Settore Giovanile della Lotario Monti.
“Questa squadra, con la sua storia e i suoi valori, rappresenta un patrimonio non solo sportivo, ma anche culturale e identitario per il Polesine” ha esordito a inizio serata il Presidente del Rotary Club adriese, Vittorio Boscolo Meneguolo.
La parola è poi passata agli ospiti: “Willy” Roberto Roversi (giornalista ed ex giocatore) Giuseppe Toffoli (ex giocatore, campione d’Italia ed ex Presidente della squadra rodigina) ed Edoardo Lubian (da poco tempo ex giocatore, campione d’Italia), che hanno ripercorso la storia della Rugby Rovigo dalla nascita fino ai giorni nostri. Presente anche Attilio Roversi, ex presidente della Monti.
Tutto cominciò quasi per caso, con un pallone “preso in prestito” dal centro sportivo universitario patavino e mai restituito. Era la fine degli anni Trenta e un gruppo di ragazzi rodigini, appena sedicenni, diede vita a quella che sarebbe diventata una delle storie sportive più leggendarie d’Italia: la nascita della Rugby Rovigo.
Nel 1939 il giovane club ottenne i primi risultati importanti. L’entusiasmo contagioso dei ragazzi e l’appoggio della città permisero di partecipare ai primi campionati nazionali, anche se in quegli anni il sistema delle promozioni era ancora confuso e spesso basato più su conoscenze che su meriti sportivi.
La guerra interruppe bruscamente il sogno. Molti giocatori furono chiamati alle armi e lo sport passò in secondo piano; la fiamma del rugby a Rovigo, però, non si spense mai.
Terminato il conflitto bellico, nel 1945-46, in un’Italia devastata, qualcuno si assunse l’onere di ricontattare le squadre sopravvissute. Così il rugby tornò a vivere, e Rovigo ripartì, più forte di prima.
Negli anni Cinquanta, la squadra si fece conoscere per il suo gioco aggressivo, determinato, specchio perfetto di una città operaia e concreta. Nel 1951, purtroppo, l’alluvione devastò la provincia: oltre centomila sfollati e un territorio in ginocchio. Nonostante tutto, un gruppo di ragazzi tenaci riportò il rugby al centro della vita cittadina, regalando tre scudetti che diedero gioia e orgoglio a un popolo provato.
Nel legame tra Rovigo e il rugby nacque qualcosa di unico: non solo una passione sportiva, ma un’identità collettiva. Il rugby divenne il simbolo della città. “Non una città bella, ma una città pratica”, dicevano: il gioco rispecchiava lo spirito del luogo, fatto di sacrificio, sudore e unità.
Negli anni Sessanta, con il boom economico e le Olimpiadi di Roma del 1960, anche il rugby rodigino beneficiò di nuove infrastrutture. Grazie all’impegno dell’amministrazione comunale e del CONI provinciale, Rovigo costruì lo stadio “Battaglini”, ancora oggi considerato il tempio del rugby italiano.
Alla fine degli anni Sessanta la squadra attraversò un momento difficile. L’arrivo dello sponsor Tosi mobili e di nuovi tecnici stranieri cambiò tutto. Con loro Rovigo tornò a trionfare, conquistando nel 1979 uno scudetto storico e diventando un modello per tutto il rugby italiano.
Negli anni Ottanta la squadra consolidò la sua leggenda. Stranieri di grande qualità arricchirono la rosa e, al tempo stesso, la vita sociale della città: insegnavano inglese, frequentavano i giovani, diventavano parte della comunità.
Negli anni Novanta, però, arrivò il professionismo e la cosiddetta “legge Bosman”, che rivoluzionò lo sport europeo. I giocatori poterono trasferirsi liberamente, e le piccole società come Rovigo persero molti talenti. Il rugby, da sport di passione, iniziava a diventare un affare economico.
Nel nuovo millennio, Rovigo ha continuato a lottare. Pur tra difficoltà economiche e cambi generazionali, il club è rimasto fedele ai propri valori: spirito di gruppo, sacrificio e senso d’appartenenza.
Negli ultimi quindici anni i rossoblù hanno giocato dieci finali e vinto quattro scudetti, grazie a giocatori simbolo come Matteo Ferro ed Edoardo Lubian, rodigini doc, esempi di dedizione dentro e fuori dal campo.
Oggi la Rugby Rovigo è molto più di una squadra. È una memoria collettiva, un ponte tra generazioni, un frammento di identità polesana che resiste al tempo.
Dalle strade polverose del 1939 al professionismo del XXI secolo, i messaggi restano gli stessi: il rugby a Rovigo non è uno sport, è una fede; “a Rovigo, la maglia non è tua – dicono ai nuovi giocatori – te la presta la città. Tu devi solo onorarla”, ha chiosato infine “Willy” Roberto Roversi ricordando una nota citazione del rugby neozelandese.



















