ROVIGO – Imbattuti in un campionato e non riuscire a vincere lo scudetto. E’ quanto accadde nella stagione 1954-1955 (LEGGI LA TREDICESIMA PUNTATA). Quello seguente fu l’ultimo in maglia rossoblù per Maci Battaglini, espulso per uno schiaffo all’arbitro Castano e poi squalificato, come conseguenze del derby del Lunedì di Pasqua (vittoria del Rovigo 6-3). Qualche settimana prima però, Maci aveva condotto il Rovigo, rinforzato da Stievano (Pelv Venezia) e da Zucchello, Sartorato e Frelich (Faema Treviso), ad una vittoria prestigiosa contro la squadra sudafricana dell’Università di Stellenbosch, imbattuta nella sua tournèe europea. “La nazionale italiana di rugby avrebbe qualcosa da imparare dal Rovigo” esclamò il giornalista Still uscendo dal Tre Martiri (qui sotto
Il Gazzettino 29 e 30 dicembre 1955).


I tempi cambiano. Rovigo, che nacque grazie al rugby padovano, a cavallo degli anni ’60, esporta il suo sapere a Treviso (prima Maci poi Aldo Milani) e a Padova. Maci infatti nel torneo 1956-57 diventa allenatore delle Fiamme Oro Padova (insieme al francese Robert Poulain), portando in Veneto tre titoli italiani. Ma anche Pietro Stievano e Riccardo Santopadre, ex rossoblù campioni d’Italia negli anni ’50, giocano un ruolo tecnico nel Petrarca: Santopadre vince coi tuttineri un campionato italiano Riserve.
Il campionato italiano si disputa a gironi e per Rovigo è difficile confermarsi: resta fuori per due volte, nel 1959 e 1961, dalle fasi decisive per piccole differenze nelle mete segnate, a vantaggio di Parma e Fiamme Oro che si spartiscono gli scudetti in quegli anni. Nel torneo 1961-62 però si torna al girone unico e la squadra rossoblù stavolta arriva fino in fondo a giocarsi il titolo. Nella primavera 1962 l’ultima giornata vede il Rovigo ospitare al Tre Martiri le Fiamme Oro indietro di un punto in classifica. Dopo un rinvio di due settimane per il meteo avverso e gli impegni della nazionale, il 3 giugno finisce 3-0 grazie ad un calcio di Romano Bettarello e alla strenua difesa alla reazione cremisi. Con lo scudetto sul petto, i “bersaglieri” compiono una rimonta inesorabile nel girone di ritorno del 1963, vincendo partite a raffica con una difesa impenetrabile: niente mete subite nelle ultime otto sfide, compresa quella decisiva: ancora una volta contro le Fiamme Oro, ancora una volta all’ultima giornata. I piedi di Romano Bettarello e Giancarlo Busson confezionano il 6-3 finale.
E’ la consacrazione della cosiddetta “Seconda generazione”, quella di Enzo Bellinazzo di Lendinara, di Giovanni “Gioanon” Raisi di Ceneselli, di Giancarlo Busson e Giancarlo Navarrini (VIDEO), spesso in nazionale azzurra, dei fratelli Biscuola (VIDEO), di Franco Vecchi, Guido Casellato e Vittorio “Biso” Bordon, questi ultimi quattro abitanti del quartiere di San Bortolo, enclave di “bersaglieri” fin dall’epopea pionieristica. Un gruppo di giocatori d’acciaio e non solo nel fisico, soprattutto nel carattere: gente che andava in campo spesso in condizioni precarie e coi postumi di infortuni a volte gravi, gente che non ci stava a farsi mettere sotto: “Non volevamo perdere mai. Mai” è il motto di Silvano Biscuola riportato in “Li chiamarono Bersaglieri”.
Nel 1964 il campionato vede un equilibrio sottile con Parma: 33 punti in classifica, vittoria gialloblù, 11-5, a Parma, vittoria rossoblù, 11-9, a Rovigo. Ma nei confronti diretti Parma ha segnato due mete, il Rovigo tre e grazie al regolamento si aggiudica il settimo scudetto (VIDEO). Il ciclo della “Seconda generazione” si conclude con tre titoli italiani e due secondi posti. La geografia del rugby italiano sta cambiando, sono gli anni della Partenope Napoli e de L’Aquila. Il rinnovamento dei ranghi e l’introduzione delle nuove regole per la mischia e le rimesse laterali non favoriscono il Rovigo che nel 1967 rischia addirittura la retrocessione. Se poi ci mettiamo che qualche derby torrido, come quello del 14 marzo 1965, al Tre Pini di Padova, perso 14-6, porti in dote squalifiche pesanti per sei giocatori della rosa, gli orizzonti rossoblù diventano…”neri”.

Tra le note positive del periodo c’è la costruzione dello stadio di viale Alfieri che però dovrà aspettare qualche anno per riempirsi di pubblico, visti i tempi di vacche magre della squadra rossoblù. Nell’ultima giornata del campionato 1966-67 il Rovigo ha solo 17 punti e deve scendere a Roma per affrontare la Lazio, penultima a 15. Il Rovigo vince 5-0 e si salva più per debolezza degli avversari che per propri meriti. Appendono le scarpe al chiodo due monumenti come Romano Bettarello e Beppe Zuin. Ma nel frattempo escono alla ribalta i giovani Lello Salvan, Luciano “Rischio” Degan (foto qui sopra a sinistra –
p.g.c. Luciano Pavanello), Arturo Bergamasco, Simone “Sceriffo” Brevigliero, Giancarlo Checchinato, Angelo “Banana” Visentin (foto qui sopra a destra – p.g.c. Luciano Pavanello). E da Bologna, dopo un un titolo italiano nel canottaggio e un anno in Francia al Bourgoin, torna Doro Quaglio. Sta per nascere la “Terza generazione”.
Alberto Guerrini
(link Amazon link o contatto diretto all’autore: alguseiuno@gmail.com)














