L’ex candidato sindaco spiega perché voterà a favore della separazione delle carriere e critica il fronte del “no” del centrosinistra

ROVIGO – Sul referendum costituzionale di marzo sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri interviene l’avvocato Palmiro Franco Tosini, consigliere comunale di Rovigo ed ex candidato sindaco per il centrosinistra, che annuncia apertamente il proprio voto favorevole, pur dichiarandosi da sempre politicamente collocato a sinistra.

Un intervento che Tosini affida al dibattito pubblico alla vigilia della tavola rotonda in programma al Teatro parrocchiale di San Bortolo, con l’obiettivo dichiarato di riportare la discussione sui contenuti della riforma, sottraendola alla contrapposizione ideologica tra schieramenti.

“Un errore trasformare il referendum in un’arma politica”

Secondo Tosini, la scelta del centrosinistra di schierarsi compatto per il “no” rappresenta un errore politico. A suo giudizio, il referendum viene caricato di un significato improprio, come se fosse uno strumento per colpire l’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni, obiettivo che dovrebbe invece essere perseguito, legittimamente, nelle sedi elettorali ordinarie.

Su un tema così delicato, spiega l’avvocato, sarebbe stato preferibile lasciare libertà di voto, anche perché la separazione delle carriere non è un’idea estranea alla tradizione della sinistra, essendo stata sostenuta in passato anche dal PCI e da ampi settori oggi presenti nel Partito Democratico.

Una riforma limitata, ma su un punto cruciale

Tosini chiarisce subito un punto: la riforma non risolve i mali storici della giustizia italiana. Non abbrevia i processi, non garantisce automaticamente sentenze più rapide o più giuste, non affronta il tema del sovraffollamento carcerario né rafforza in modo diretto la tutela delle vittime. «Non è – in sintesi – la riforma complessiva della giustizia che molti auspicano».

Tuttavia, interviene su un nodo fondamentale: la distinzione netta tra chi giudica e chi accusa. La separazione delle carriere, secondo Tosini, serve a rafforzare non solo l’equilibrio interno al processo, ma anche la percezione esterna di imparzialità, da parte dei cittadini sottoposti a giudizio.

Due CSM e un’Alta Corte disciplinare

Tra gli elementi qualificanti della riforma, Tosini evidenzia l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, e la creazione di un’Alta Corte disciplinare autonoma.

Quest’ultima sottrae il potere disciplinare alle dinamiche correntizie del CSM, emerse in modo evidente negli ultimi anni. La scelta del sorteggio per una parte dei componenti togati viene letta come un tentativo di superare logiche di lobby e di potere interno alla magistratura, restituendo credibilità al sistema.

Tosini respinge inoltre le critiche più ricorrenti: la riforma, a suo avviso, non indebolisce l’autonomia della magistratura, non sottopone il pubblico ministero all’esecutivo e non tocca né l’obbligatorietà dell’azione penale né il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Un percorso coerente con il “giusto processo”

Nel suo ragionamento, l’avvocato richiama la riforma del Codice di procedura penale del 1989, voluta dal giurista Giuliano Vassalli, e l’introduzione del principio del giusto processo in Costituzione nel 1999. La separazione delle carriere viene così presentata come il completamento naturale di quel percorso riformatore.

L’obiettivo, conclude Tosini, è garantire che chi viene giudicato si trovi davvero davanti a un giudice terzo, con accusa e difesa poste su un piano di effettiva parità. «È su questo terreno – sottolinea – che i cittadini dovrebbero decidere come votare, senza pensare di sostenere o danneggiare un governo, ma valutando il merito della riforma».

Un invito esplicito a riportare il referendum sul piano del diritto e delle garanzie, più che su quello, fin troppo familiare, dello scontro politico.

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