Il docente replica al collega Teatini: “L’estrazione di gas provoca abbassamenti significativi, rischio per il Delta del Po”

ROVIGO – La subsidenza legata alle trivellazioni torna al centro del dibattito, con una presa di posizione netta del professor Bernhard Schrefler, che interviene per chiarire alcuni aspetti emersi dopo un recente incontro sulle estrazioni di idrocarburi (LEGGI ARTICOLO) ed una dichiarazione alla stampa del collega Pietro Teatini che ha prodotto l’articolo: “Le trivellazioni non producono subsidenza” come titolo e “Teatini, docente universitario ed esperto Unesco: giacimenti in mare aperto, suolo giù al massimo di 3 centimetri” come sottotitolo. 

Il docente contesta in particolare alcune affermazioni secondo cui le trivellazioni non produrrebbero effetti rilevanti sul suolo. “È ormai ampiamente assodato nella comunità scientifica – sottolinea – che l’estrazione di gas dal sottosuolo provoca subsidenza, e che questa non è affatto trascurabile, soprattutto in territori come il Polesine, già al livello del mare o poco sopra”.

Schrefler precisa inoltre che il dibattito non riguarda solo le attività offshore, ma anche la possibile ripresa delle trivellazioni in terraferma in diversi comuni del Polesine – tra cui Adria, Taglio di Po, Ariano nel Polesine e Villanova Marchesana – a seguito delle recenti evoluzioni normative.

Nel merito scientifico, il professore richiama studi e dati consolidati, evidenziando come i fenomeni di abbassamento del suolo possano raggiungere valori ben superiori a quelli indicati in alcune ricostruzioni. “Per il giacimento Angela-Angelina – spiega – sono stati osservati abbassamenti di circa 28 centimetri in meno di vent’anni, con velocità annuali significative”.

Un fenomeno che, secondo Schrefler, non si esaurisce con la fine delle estrazioni. “La subsidenza continua anche dopo l’abbandono dei giacimenti, perché l’equilibrio tra falde e sottosuolo richiede tempi molto lunghi per ristabilirsi”.

Il quadro delineato riguarda in particolare l’area dell’Alto Adriatico e il Delta del Po, territori considerati particolarmente vulnerabili. “Una eventuale ripresa delle estrazioni, sia offshore sia in terraferma, non potrà che aggravare una situazione già preoccupante”.

Da qui l’invito a un chiarimento pubblico nel dibattito scientifico e istituzionale, affinché le valutazioni sulle future attività estrattive tengano conto delle evidenze disponibili.

Il tema resta quindi aperto, tra esigenze energetiche e tutela del territorio, in un’area dove anche pochi centimetri possono fare la differenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultime notizie

Ultime notizie