ROVIGO – La subsidenza non è un rischio teorico, ma un fenomeno reale, già vissuto e ancora in corso nel Polesine. E che potrebbe aggravarsi con nuove estrazioni di gas metano. È il messaggio emerso con forza dal convegno promosso dal coordinamento Polesine No Trivelle, che si è svolto all’Hotel Cristallo di Rovigo, riunendo esperti, amministratori e rappresentanti del territorio (LEGGI ARTICOLO).
Un confronto tecnico e politico che ha riportato al centro una questione tutt’altro che chiusa: il rapporto tra sviluppo energetico e fragilità ambientale a cui hanno partecipato il professor Bernhard Schrefler, docente emerito di Scienza delle costruzioni all’Università di Padova, e il professor Pietro Teatini, docente di idrologia e ingegneria idraulica nello stesso ateneo, già coinvolto in studi regionali che avevano espresso cautela sulla ripresa delle estrazioni in assenza di certezze sugli effetti.
Accanto al mondo accademico, al convegno condotto da Vanni Destro per la Rete dei Comitati polesani a difesa dell’Ambiente e della Salute con il presidente di Italia Nostra Fabio Bellettato e la sua vice Lucia Pozzato, anche figure operative e giuridiche: Rodolfo Laurenti, direttore del Consorzio di bonifica Delta del Po, l’avvocato Matteo Ceruti, ma anche la sindaca di Rovigo Valeria Cittadin e la consigliera del Forum dei Cittadini Dina Merlo.

Teatini: “La subsidenza è inevitabile con le estrazioni”
A tracciare il quadro più netto è stato il professor Pietro Teatini, docente di idrologia all’Università di Padova, che nelle conclusioni ha ribadito un punto chiave: “L’attività di estrazione del gas metano dal sottosuolo provoca sempre subsidenza”. Oltre gli impianti a mare sono coinvolti dalle richieste di estrazione di idrocarburi i Comuni di Gavello, Villanova Marchesana, Pappozze, Taglio di Po, Corbola e Ariano nel Polesine in terraferma.
Un fenomeno la cui entità, nel caso del Delta del Po, resta incerta ma potenzialmente tale da modificare in modo permanente l’assetto del territorio, aumentando il rischio idraulico, l’erosione costiera e l’intrusione salina sia negli acquiferi sia lungo i corsi fluviali.
La conclusione scientifica è altrettanto netta: l’interesse minerario legato alle estrazioni non risulta compatibile con l’interesse pubblico, anche considerando i possibili impatti ambientali e socio-economici.
Ceruti: “Italia senza pianificazione, via libera alle richieste”
Se Teatini ha fornito il quadro scientifico, l’intervento più articolato sul piano normativo è stato quello dell’avvocato Matteo Ceruti, che ha ricostruito l’evoluzione delle politiche energetiche italiane.
Al centro del suo intervento il PITESAI, il piano nazionale che individuava le aree idonee alle estrazioni, annullato dal Tar del Lazio nel 2024.
“Era il primo tentativo di pianificazione nazionale – ha spiegato – ma è stato cancellato per vizi nella valutazione ambientale strategica. Il risultato è che oggi l’Italia è priva di uno strumento di pianificazione”.
Un vuoto che ha riattivato numerose richieste di ricerca, comprese 24 istanze tra terraferma e offshore, alcune delle quali interessano direttamente il Polesine.
Ceruti ha posto l’attenzione anche sugli effetti cumulativi: subsidenza, cambiamenti climatici, intrusione salina e impatti sanitari, citando studi internazionali e l’allarme lanciato da esperti ONU sugli effetti sulle colture in aree contaminate.
Sul piano giuridico, ha richiamato anche l’evoluzione della giurisprudenza, sottolineando come oggi fenomeni lenti ma progressivi possano configurare situazioni di rischio rilevanti, anche in assenza di eventi immediati.
Non solo. “Le estrazioni – ha aggiunto – non producono solo subsidenza: devono essere valutate anche per l’impatto su ecosistemi protetti, clima e biodiversità”.
E proprio su questo punto ha citato casi concreti, come l’annullamento di progetti per mancanza di valutazioni ambientali complete, e il tema emergente dello stoccaggio della CO₂ nei giacimenti esauriti, già oggetto di autorizzazioni nel nord Italia.
Merlo: “Costi permanenti per il territorio, benefici minimi”
Sul piano politico ed economico, l’intervento di Dina Merlo (Forum dei cittadini) ha spostato il focus su un tema spesso trascurato: il rapporto tra costi e benefici.
“Non possiamo limitarci a valutazioni tecniche – ha detto – serve un’analisi complessiva, anche economica e politica”.
Merlo ha evidenziato come le nuove trivellazioni, soprattutto in terraferma, si inserirebbero in un contesto già aggravato dai cambiamenti climatici, con effetti che si sommano a quelli storici della subsidenza.
Particolarmente critico il passaggio sui costi: “Le bonifiche le pagano i cittadini e soprattutto gli agricoltori, che subiscono danni permanenti”.
E ancora: “A fronte di una produzione di gas limitata, il territorio si assume rischi duraturi, anche per settori strategici come agricoltura e pesca”.
Cittadin: “Non sì o no ideologici, ma dati scientifici”
A chiudere il confronto, l’intervento della sindaca di Rovigo Valeria Cittadin, che ha ribadito una posizione di cautela.
“Non sono favorevole alle trivelle – ha chiarito – ma ritengo che debba essere la scienza a darci le indicazioni”.
Un approccio che rifiuta posizioni pregiudiziali, ma che allo stesso tempo richiama la necessità di approfondire i dati e comprendere se le condizioni attuali siano diverse rispetto al passato.
“Se la scienza dimostra che ci sono problemi – ha aggiunto – il territorio va tutelato”.
Un equilibrio che prova a tenere insieme prudenza e responsabilità, in un contesto in cui le decisioni restano inevitabilmente anche politiche.
Un tema aperto
Dal convegno emerge una certezza: il Polesine resta un territorio fragile, dove ogni scelta sulle estrazioni ha conseguenze di lungo periodo.
E se la scienza parla chiaro sugli effetti, la politica continua a muoversi con cautela, forse troppa.
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