ADRIA (Rovigo) – Una vicenda affascinante e ricca di umanità quella raccontata da Franco, figlio di Giorgio Perlasca, agli studenti delle classi quarte e quinte del Polo Tecnico di Adria presso l’Auditorium Saccenti, lunedì 17 febbraio.
L’incontro, coordinato dalla prof.ssa Raffaella Crivellari, è stato introdotto dalla Dirigente scolastica Sara Manzin, che, nel ringraziare il relatore, ha espresso l’auspicio che la vicenda di Perlasca possa essere di esempio a ciascuno, per fare, nel proprio piccolo, partendo da ciò che si è, dalle nostre capacità, qualcosa di buono e di utile per noi e per gli altri.
Franco Perlasca ha quindi tracciato brevemente la storia del padre, una persona comune, normalissima, commerciante di bestiame, senza alcun potere o autorità, ma che di fronte alle atrocità e alla disumanità della situazione in cui si venne a trovare, al fine di proteggere la vita di migliaia di persone, con altruismo e ingegnosità finse di essere l’ambasciatore spagnolo, senza averne alcun titolo.
E’ una storia che sembra uscita dalla penna di uno scrittore di fantascienza, ambientata a Budapest, dove le truppe naziste avevano preso direttamente il controllo, assieme ai filonazisti ungheresi, nel 1944. Fino a quel momento l’Ungheria era stata toccata marginalmente dalla guerra, e anche gli ebrei, che erano circa 900.000 su 9,5 milioni di ungheresi, non avevano subito persecuzioni a differenza del resto d’Europa. Dall’estate 1944 tutto cambia; gli ebrei vengono rinchiusi nei ghetti, uccisi, deportati. Anche Perlasca si trova in pericolo e si rifugia nell’ambasciata di Spagna dove, grazie al salvacondotto spagnolo rilasciatogli per aver partecipato come volontario alla guerra civile spagnola con le truppe del generale Franco, ottiene passaporto e cittadinanza spagnola. L’ambasciata spagnola, come quelle di altri paesi neutrali, era impegnata nel salvare ungheresi di religione ebraica, fornendo loro documenti falsi, salvacondotti e dando ospitalità nei propri palazzi che godevano di extraterritorialità. A queste migliaia di persone bisognava dare assistenza continua, fornire il cibo e prevenire comunque incursioni e rastrellamenti. Perlasca collaborò attivamente con l’ambasciata spagnola in questo delicato e pericoloso compito fino al primo dicembre 1944, quando il Console spagnolo fu richiamato. Perlasca rimase da solo e si trovò a fronteggiare la polizia nazista in uno dei palazzi con bandiera spagnola dove si trovavano i rifugiati ebrei. Si oppose quasi d’istinto e spiegò alle autorità di Budapest che il Console aveva dovuto allontanarsi per un breve periodo e che lui, Jorge Perlasca, era il Console di Spagna facente funzioni. La cosa resse, non senza pericolo, fino all’arrivo delle truppe sovietiche a Budapest, a gennaio 1945.
Tornato a casa, a Trieste, nel luglio 1945, dopo 2 anni e mezzo di lontananza dalla moglie, non le raccontò quello che aveva fatto. Scrisse invece un diario di quel periodo, in tre copie, di cui una per l’ambasciata spagnola in Italia e una per il ministro degli esteri, De Gasperi, che rimasero senza seguito. A settembre del 1988 ricevette la visita di una coppia di ebrei ungheresi a Padova, dove abitava, presenti la moglie e il figlio, che appresero e si resero conto per la prima volta di quanto era successo 44 anni prima. Da quel momento è stato un susseguirsi di inviti e viaggi in giro per il mondo, con le comunità ebraiche che desideravano incontrarlo, fino alla morte avvenuta nel 1992. Dalle tante testimonianze è emerso che Perlasca aveva salvato oltre 5.200 ebrei ponendoli sotto la protezione dell’ambasciata spagnola e, grazie ai suoi rapporti con le autorità di Budapest, aveva dato anche un contributo determinante nel salvare parte delle decine di migliaia di ebrei rinchiusi nel ghetto.
Gli studenti hanno ascoltato in silenzio, affascinati, l’incredibile storia. Rispondendo alle domande, Perlasca ha parlato del libro “L’Impostore” uscito nel 1996 e del film che la RAI ha realizzato nel 2002, entrambi tratti dalle memorie di Giorgio Perlasca. La colonna sonora del film, realizzata da Ennio Morricone, è stata nell’occasione suonata da due studentesse del Polo Tecnico, Frigato Camilla all’arpa e Stoppa Irene al violoncello.
Franco Perlasca ha infine raccontato come inizialmente non avesse dato tanta importanza alla vicenda del papà e, anzi, fosse risentito per il fatto di non esserne mai stato messo a conoscenza. Nel 1996 ebbe l’occasione di conoscere uno scrittore, Giorgio Pressburger, salvato dal padre, e solo allora si rese conto che si trattava di una storia bella, importante, ricca di significato, che non aveva diritto di tenere nascosta; da qui nacque la decisione di creare la Fondazione intitolata al suo nome. Lo scopo della fondazione sta in queste parole di Giorgio Perlasca, richiamate in chiusura dell’incontro: “Vorrei che la mia storia venisse ricordata dai giovani affinché, sapendo quello che è successo, sappiano anche opporsi a violenze del genere qualora dovessero ripetersi”.


















