ROVIGO – È tempo di bilanci per l’ortofrutta polesana, che manda in archivio un’annata 2024 con più ombre che luci, soprattutto per quanto riguarda la frutta.
A soffrire di più, in provincia di Rovigo, sono le pere, che registrano l’ennesima diminuzione degli alberi da frutto, con un – 16,8% che fa scendere a quota 485 gli ettari coltivati. “Dobbiamo rimarcare una continua emorragia per quanto riguarda questa pianta – sottolinea Giustiliano Bellini (foto qui sotto), presidente del settore frutticolo di Confagricoltura Rovigo -, dato che gli ettari coltivati si stanno riducendo al lumicino. Malattie fungine, anche nuove, oltre a insetti come la cimice, comportano perdite che oscillano tra il 30 e il 40 per cento. A pesare sono pure i costi, elevati per quanto riguarda la difesa fitosanitaria, a fronte di un calo delle quotazioni dovuto alla qualità inferiore e alla diminuzione dei consumi. Quest’anno anche le rese sono state inferiori rispetto agli anni precedenti, dato che, a causa della bassa qualità, le percentuali di frutta destinate all’industria sono aumentate”.

Meglio è andata per le specie pomacee, che sono le più diffuse in Polesine: 440 ettari, con un aumento del 5% rispetto al 2023 (dati Veneto Agricoltura). “L’avvio di stagione è stato buono, con una buona allegagione, anche se poi con la primavera molto piovosa si è verificata parecchia cascola – sintetizza Bellini -. In realtà a patire è stata più la qualità, che la quantità, e anche dal punto di vista economico non è andata male, dato che i prezzi delle mele si sono mantenuti al livello dell’anno precedente, anche grazie all’assenza di scorte. Il dato più negativo, che non riguarda solo le mele ma tutta la frutta, è relativo alla manodopera: constatiamo non solo una carenza cronica di personale, ma anche una bassa qualità del lavoro dei braccianti, che va ad incidere sulla resa di raccolta, causando quindi la perdita di ulteriore prodotto”.
Camillo Brena (foto in alto), presidente provinciale del settore per Confagricoltura, traccia un bilancio per quanto riguarda le orticole, che vedono il Polesine primeggiare per quanto riguarda le carote (340 ettari) e l’aglio (390 ettari): “Per le orticole l’annata è stata difficile, ma anche interessante sotto alcuni aspetti – dice -. Per le colture primaverili come asparagi, carote, fagiolini, ravanelli e spinaci si è registrato un calo produttivo, compensato però in parte dal prezzo elevato. Le orticole autunno-vernine come cavoli e radicchio hanno incontrato, invece, parecchi problemi a causa della piovosità continua, che ha portato a spaccature e prezzi in caduta”.
Annata buona per il pomodoro, che avanza in provincia di Rovigo con un +24,5% rispetto al 2023, guadagnando il secondo posto dietro a Verona con 465 ettari su 1.130 regionali. “Se è vero che c’è stato un calo produttivo – osserva Brena -, il prezzo è stato importante perché la qualità era molto elevata. Rispetto al passato non è stato fissato un prezzo di riferimento da parte dell’industria, quindi si è proceduto con contrattazioni individuali. Quello del pomodoro è un settore che funziona, perché l’industria ha bisogno di prodotto. Il neo sono i costi di produzione e gli investimenti elevati. Ma il pomodoro oggi rappresenta quello che era la bietola vent’anni fa. In Polesine la pianta si sviluppa bene e il prodotto è buono: perciò l’industria lo paga bene”.

















