ROVIGO – Scuola e sanità pubblica, “perché il povero ha lo stesso diritto del ricco di essere curato e istruito”; il salario minimo, “per ridare dignità a ragazzi e precari che oggi lavorano per tre euro all’ora”, obiettivo da perseguire tramite una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare; e una nota a margine: “A me, come battere la destra, non me lo deve insegnare nessuno, perché nella mia Regione l’ho già fatto, due volte”.
Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna e candidato alla segreteria nazionale del Pd, portato a Rovigo dal comitato “Polesine per Bonaccini” ha monopolizzato l’attenzione di una sala della Gran Guardia strapiena, a Rovigo, per oltre un’ora, non negandosi a nessuno e affrontando senza paura e senza remore la difficile situazione che sta attraversando il partito a livello nazionale, tracciando però, con altrettanta franchezza e determinazione, quelle che sono le sue linee guida per uscirne.
Politiche e ideali di sinistra, senza dubbio, ma di una sinistra che rifugga con decisione dalla tentazione di farsi minoritaria ed elitaria, ma, anzi, si cali nuovamente tra la gente, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, a confrontarsi con la gente, ad affrontare i grandi temi, sociali, economici e ambientali, con un obbiettivo ben chiaro: tornare a vincere e governare, nel minor tempo possibile, e tornare a riprendersi quelle persone e quelle categorie che si sono allontanate dal Pd, sentendosi non più considerate.
Un passaggio significativo è stato dedicato alla questione, sulla quale molti tendono a impantanarsi, della possibilità di cambiare nome al Pd. “Personalmente – ha spiegato Bonaccini – non credo che si vinca o si perda per il nome del partito. Detto questo, io quella parola ‘democratico’, me la terrei stretta. Mi spiego: io non avrei mai creduto di assistere di nuovo a una guerra in Europa, avrei creduto di potere vedere solo nei libri o nei film l’assalto al Parlamento degli Stati Uniti, poi replicato in Brasile. E invece è successo. E allora, io, ripeto, quella parola ‘democratico’, me la terrei stretta, perché la democrazia non è scontata e, anzi, è a rischio”.
Poi, un passaggio fondamentale. “Venendo a Rovigo, mi sono fermato a Castelfranco Veneto, per posare un fiore sulla tomba di Tina Anselmi, primo ministro della Repubblica donna, ministro della sanità, che il 23 dicembre del 1979 varò la fondamentale riforma che superò il sistema delle mutue per fondare il Servizio sanitario nazionale. Perché, diciamolo una volta per tutte, noi la sanità la vogliamo pubblica, un sistema sanitario come quello statunitense per cui ti curano solo se hai l’assicurazione non lo vogliamo neppure considerare”.
E la conclusione: “Dobbiamo tornare a consumarci la suola delle scarpe. Ho fatto l’amministratore pubblico nel mio paese, a Campogalliano (in provincia di Modena, ndr). E lì ho imparato che se non conosci luoghi e persone non puoi diventare un bravo amministratore né tantomeno risolvere i problemi. E’ verissimo l’adagio secondo il quale una classe dirigente non può non essere in grado di entrare in un bar, parlare con la gente e ascoltare i suoi problemi”.



















