In occasione del convegno all’Università di Siena sulla giustizia climatica, gli avvocati Matteo Ceruti e Luca Maria Brigida annunciano l’azione legale contro il decreto ministeriale sul progetto di cattura e stoccaggio della CO₂

ROVIGO – In vista del dibattito ospitato all’Università di Siena sul tema della giustizia climatica e della responsabilità delle grandi aziende energetiche (LEGGI ARTICOLO), arriva un nuovo tassello nella battaglia legale contro il progetto “CCS Pianura Padana” promosso da Eni e Snam.

Gli avvocati Matteo Ceruti e Luca Maria Brigida, legali di Greenpeace Italia e ReCommon, hanno infatti annunciato la presentazione di un ricorso al TAR del Lazio per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente che, lo scorso 30 gennaio, aveva espresso valutazione positiva di impatto ambientale sul progetto.

Il ricorso riguarda in particolare il sistema di infrastrutture destinato alla cattura, al trasporto e allo stoccaggio della CO₂ nell’Alto Adriatico, con ricadute dirette anche sui territori delle province di Rovigo, Ferrara e Ravenna.

Secondo le associazioni ambientaliste, il progetto presenterebbe “criticità molto serie”, soprattutto per quanto riguarda la procedura autorizzativa adottata.

Nel mirino vi sarebbe il presunto “frazionamento” dell’opera, contestato come artificioso e finalizzato a utilizzare un iter autorizzativo più rapido e meno approfondito.

Il progetto “CCS Pianura Padana” rappresenta infatti il primo segmento terrestre del più ampio piano “Ravenna CCS”, destinato a stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nei giacimenti esausti al largo di Ravenna.

Secondo Greenpeace e ReCommon, però, la valutazione ambientale sarebbe stata effettuata soltanto sulla parte a terra dell’infrastruttura, senza considerare adeguatamente:

  • gli effetti complessivi dell’intero progetto,
  • la futura fase internazionale collegata anche alla Francia,
  • i potenziali impatti sull’Alto Adriatico,
  • le ricadute sulle aree protette interessate.

Le associazioni sostengono inoltre che vi siano carenze istruttorie rispetto a:

  • sicurezza del progetto,
  • rischio sismico,
  • liquefazione dei terreni,
  • subsidenza,
  • alluvioni,
  • impatti ambientali sulle dodici aree protette coinvolte.

“Dalla documentazione emergono criticità che non sono state adeguatamente approfondite”, spiegano gli avvocati Ceruti e Brigida. Secondo i legali, qualora tali carenze venissero confermate dal giudice amministrativo, si rafforzerebbero i timori relativi alla sostenibilità complessiva del progetto nel lungo periodo.

Molto critica anche la posizione di Elena Gerebizza di ReCommon, che definisce il CCS una falsa soluzione climatica. “Il CCS Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche”.

Sulla stessa linea Simona Abbate di Greenpeace Italia, che accusa il progetto di servire soprattutto a prolungare il ciclo delle fonti fossili. “La sicurezza energetica si costruisce con rinnovabili ed efficienza energetica, non investendo miliardi in false soluzioni”.

La vicenda si inserisce nel più ampio confronto nazionale sul ruolo della cattura e stoccaggio della CO₂ nella transizione energetica, tema che divide fortemente mondo industriale, politica e ambientalismo.

E il Polesine, tra subsidenza, fragilità idrogeologica e timori ambientali, finisce ancora una volta nel mezzo di un dossier dove energia, clima ed economia si intrecciano in modo parecchio meno rassicurante degli slogan sulla “transizione verde”.

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