Per anni il Giappone è stato il paracadute della finanza mondiale. Tassi a zero, inflazione quasi inesistente, una banca centrale che sembrava aver firmato un patto con la gravità per tenere giù i rendimenti, e una valuta, lo yen, diventata il carburante perfetto per prendersi rischi altrove. Ma il mondo cambia velocemente, come le puntate su Italian Bizzocasino: quel vecchio equilibrio sta cambiando, e il resto del mondo lo sentirà nelle ossa.
Il paracadute giapponese: perché i tassi a zero contavano per tutti
Quando il costo del denaro in Giappone resta bassissimo per decenni, smette di essere un fatto domestico e diventa un invito globale. Fondi, banche, assicurazioni e investitori prendono yen a costo contenuto e cercano rendimento fuori, comprando titoli in dollari, euro o valute emergenti. È il famoso carry trade sullo yen, una dinamica che ha alimentato liquidità internazionale e, nei momenti buoni, ha contribuito a tenere alti i prezzi degli asset rischiosi. Quando funziona, è una magia. Quando si inceppa, ha un effetto “folla che corre verso la stessa uscita”.
Ora il Giappone sta normalizzando la politica monetaria. Dopo l’uscita dall’era dei tassi negativi nel 2024, la Bank of Japan ha proseguito con rialzi, e secondo le cronache economiche recenti ha portato il tasso di riferimento a breve al 0,75 per cento, mantenendolo poi invariato a gennaio.
Inflazione, salari e la nuova fragilità della “normalità”
Il punto è che il Giappone non sta alzando i tassi perché improvvisamente ama la durezza. Li alza perché l’inflazione, pur con alti e bassi, ha smesso di essere un miraggio. Una rilevazione attesa e commentata in questi giorni parla di un rallentamento dell’inflazione core in gennaio, con stime intorno al 2,0 per cento anno su anno, dopo un dicembre più caldo. È un livello che, per Tokyo, è già una rivoluzione culturale.
Il nuovo primo ministro e l’effetto politica: quando la finanza guarda Tokyo con occhi diversi
In questa fase entra in campo la politica, e non come comparsa. Sanae Takaichi, primo ministro e figura con un’agenda economica letta come più aggressiva sul fronte fiscale, ha appena ottenuto un mandato rafforzato alle urne. L’idea di stimoli, tagli mirati e spesa pubblica può piacere all’azionario nel breve, ma tende a far drizzare le antenne al mercato obbligazionario, soprattutto in un paese già molto indebitato.
Il Giappone e i titoli di stato americani
C’è poi la leva più citata quando si parla di “impatto globale”. Il Giappone è il maggiore detentore estero di Treasury americani, è un dato. La tabella ufficiale del Dipartimento del Tesoro USA sui maggiori detentori esteri mostra, per novembre 2025, il Giappone sopra i 1.200 miliardi di dollari, davanti a Regno Unito e Cina.
Il punto è capire che anche una variazione di rotta, per esempio un rallentamento degli acquisti o una graduale riduzione, può influenzare l’equilibrio dei rendimenti americani. Un report del Congressional Research Service ha indicato il Giappone come primo detentore tra i paesi anche nelle stime riferite al 2024, proprio davanti a Cina e Regno Unito, confermando la centralità giapponese nel finanziamento estero del debito federale USA.
Se lo yen si rafforza e i rendimenti domestici diventano più interessanti, l’incentivo a rimpatriare capitali aumenta. E se una parte di quel capitale torna a casa, lo scenario si allarga: pressione sui Treasury, possibile rialzo dei tassi americani a lungo, effetti a catena su mutui, equity e dollaro.
Perché il cambiamento giapponese conta per tutti
Il Giappone non sta “solo” alzando i tassi. Sta cambiando il prezzo globale del rischio, perché tocca la base di molte strategie internazionali, dai portafogli obbligazionari alle scommesse valutarie. E lo sta facendo mentre la politica interna, con un primo ministro determinante per il mix tra disciplina e stimolo, rischia di rendere più nervoso il mercato dei JGB, cioè i titoli di stato giapponesi, che per anni erano stati quasi immobili.
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