Il giovane imprenditore Enrico Toso (Lusia) interviene sul tema: burocrazia, credito e pressione fiscale tra gli ostacoli. “Serve un patto concreto tra istituzioni e imprese”
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ROVIGO – Dopo i dati che evidenziano il calo delle imprese under 35 nel territorio polesano (LEGGI ARTICOLO), arriva anche la riflessione di chi l’impresa la vive ogni giorno. A intervenire è Enrico Toso, giovane imprenditore di Lusia, che offre un punto di vista diretto sulle difficoltà del fare impresa oggi.

“In un Paese dove si parla continuamente di fare impresa, leggere del calo delle aziende attive non dovrebbe sorprenderci, ma preoccuparci sì – osserva Toso –. Da giovane imprenditore, la verità è semplice: non è la mancanza di idee il problema. È il contesto che spesso le spegne prima ancora di nascere”.

Tra le principali criticità indicate, emergono burocrazia, pressione fiscale e accesso al credito. “Fare impresa in Italia richiede più resistenza che visione – prosegue –. La burocrazia è lenta, la pressione fiscale poco sostenibile e ottenere credito resta complicato”.

Un passaggio centrale riguarda anche il ruolo del sistema bancario, spesso percepito, secondo Toso, più come un ostacolo che come un alleato. “Le banche vengono viste come valutatori del rischio più che come partner di crescita. Servirebbe un cambio di approccio, con strumenti più flessibili e maggiore fiducia nei progetti, soprattutto nelle fasi iniziali”.

Ma la riflessione si allarga anche al mondo imprenditoriale stesso. “La responsabilità non è solo del sistema. Anche noi imprenditori dobbiamo fare un salto: innovare davvero, collaborare di più, smettere di pensare in piccolo e costruire valore che guardi oltre i confini locali”.

Il nodo, secondo il giovane imprenditore, non è soltanto il numero di aziende che chiudono, ma le condizioni in cui quelle esistenti si trovano a operare. “Il punto non è solo quante imprese chiudono, ma quante vengono messe nelle condizioni di crescere”.

Da qui l’appello finale: “Se vogliamo invertire il trend, serve un patto più concreto tra istituzioni e chi ogni giorno rischia in prima persona. Meno retorica sull’imprenditoria, più azioni reali. Perché le imprese non sono numeri: sono futuro, lavoro e identità del Paese”.

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