ROVIGO – Il Veneto si conferma tra le regioni italiane con i livelli più bassi di lavoro irregolare, ma il fenomeno del lavoro nero e del caporalato resta una realtà da monitorare attentamente anche nel Nord Italia e nel Polesine. A evidenziarlo è l’ultimo studio dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che stima in oltre 5,2 miliardi di euro il volume d’affari annuo riconducibile all’economia sommersa nella regione, pari al 3% del valore aggiunto complessivo prodotto dal Veneto.
Secondo l’analisi, il Veneto presenta uno dei dati migliori a livello nazionale: soltanto la Provincia autonoma di Bolzano e la Lombardia registrano un’incidenza inferiore. Anche il tasso di irregolarità occupazionale si attesta al 7,2%, contro una media nazionale del 10%, con circa 169.100 lavoratori irregolari stimati sul territorio regionale.
Numeri che certificano una situazione relativamente positiva rispetto ad altre aree del Paese, ma che non autorizzano ad abbassare la guardia.
Il fenomeno interessa anche il Nord
La CGIA sottolinea come il caporalato e lo sfruttamento lavorativo non siano più fenomeni confinati alle grandi aree agricole del Mezzogiorno. Se storicamente le situazioni più note riguardano territori come la Capitanata foggiana, l’Agro Pontino o la Piana di Gioia Tauro, negli ultimi vent’anni numerosi casi sono stati scoperti anche nelle campagne del Nord Italia, compreso il Veneto.
L’agricoltura continua infatti a rappresentare uno dei settori maggiormente esposti al rischio di sfruttamento, insieme all’edilizia, alla logistica, all’assistenza domiciliare e ad altre attività ad alta intensità di manodopera. Tra i fattori che favoriscono queste situazioni vi sono il ricorso a lavoratori stagionali, la precarietà abitativa, le difficoltà nei trasporti e, in alcuni casi, la vulnerabilità dei lavoratori stranieri.
In Polesine attenzione costante delle istituzioni
Anche in provincia di Rovigo il tema è seguito con particolare attenzione. Negli ultimi anni la Prefettura ha promosso più volte tavoli di coordinamento e monitoraggio dedicati alle condizioni dei braccianti agricoli (LEGGI ARTICOLO), coinvolgendo Ispettorato Territoriale del Lavoro, organizzazioni sindacali, associazioni di categoria e forze di polizia.
L’obiettivo è prevenire situazioni di sfruttamento, garantire il rispetto dei contratti e monitorare le condizioni lavorative nelle aziende agricole del territorio, in un comparto che rappresenta uno dei pilastri dell’economia polesana.
L’attività di controllo si inserisce in un contesto territoriale caratterizzato da una forte presenza agricola e dall’impiego di manodopera stagionale, soprattutto durante i periodi di raccolta, elementi che richiedono particolare attenzione da parte delle istituzioni.
Nuove forme di sfruttamento
Lo studio della CGIA evidenzia inoltre come il fenomeno stia assumendo forme sempre più evolute. Accanto al caporalato tradizionale, stanno emergendo modalità riconducibili al cosiddetto “caporalato digitale”, dove piattaforme informatiche, software e algoritmi finiscono per controllare e condizionare l’attività dei lavoratori, determinandone talvolta l’accesso stesso al mercato del lavoro.
Per questo motivo il contrasto al lavoro nero non riguarda soltanto la repressione delle irregolarità, ma richiede un approccio integrato che coinvolga controlli, tutela dei diritti, legalità nelle filiere produttive e sostegno alle imprese che operano nel rispetto delle regole.
In un territorio come il Polesine, dove l’agricoltura rappresenta una componente fondamentale dell’economia locale, la sfida è quella di continuare a garantire competitività alle aziende senza sacrificare dignità, sicurezza e diritti dei lavoratori. Una battaglia che passa anche attraverso la collaborazione tra istituzioni, parti sociali e mondo produttivo.
















