E’ dal 1948 che Bersaglieri e padovani che si affrontano nel campionato di Serie A, ma il derby rischia di tornare alle sue origini

ROVIGO – Quello che si giocherà sabato al Battaglini sarà il primo derby (LEGGI ARTICOLO) che non potrà seguire Luciano Ravagnani. Il decano e il più bravo dei giornalisti che hanno raccontato il rugby italiano è scomparso all’inizio di quest’anno (LEGGI ARTICOLO). Ravagnani, che dalla fine degli anni ’50 ha seguito le vicende di questa sfida, ha sicuramente contribuito con i suoi articoli a costruire e ad alimentare il mito e la leggenda di questa partita. A Padova e a Rovigo hanno capito presto che il derby era un incontro diverso. Il resto del movimento ovale nazionale, invece, non ha percepito subito questa particolarità. 

A spiegare all’Italia ovale il significato peculiare, quasi unico, del derby è stato proprio Luciano Ravagnani con i suoi reportage e le sue analisi che andavano oltre gli aspetti tecnici. Nei suoi pezzi parlava di umori, di interpretazioni del gioco che scaturivano da diversi contesti sociali, di ambienti che vivevano ognuno a loro modo questa passione, di cosa erano il Tre Martiri e il Tre Pini, gli stadi dove si sono giocate le prime sfide. Ravagnani ha raccontato alla sua maniera sia le partite finite in risse con botte da orbi che quelle dove erano in campo stelle del rugby mondiale come David Campese e Naas Botha, trovando sempre un filo conduttore che le tenesse assieme. 

Così, un po’ alla volta, il derby tra rossoblù e bianconeri, con le sue storie e i suoi protagonisti, è diventato per tutti una partita speciale che non si viveva soltanto negli 80 minuti trascorsi sul campo, ma anche nelle nervose attese della vigilia e nelle accese discussioni del dopo gara. Un merito, oltre a molti altri, che deve essere riconosciuto a Luciano Ravagnani che con il suo stile e le sue intuizioni ha dettato un nuovo modo di scrivere di rugby sui giornali. 

E’ stato uno dei testimoni di maggior rilievo di un lungo tratto di storia del rugby italiano durante il quale il derby tra i “siori” di Padova e i “poareti” di Rovigo da sconosciuta sfida tra provinciali è diventata, grazie anche a lui, la partita tra club più famosa del rugby italiano. E’ dal 1948 che Rovigo e Petrarca che si affrontano nel campionato di Serie A. 

Delle loro avversarie presenti in quel lontano torneo non c’è più traccia mentre rodigini e padovani, invece, sono ancora lì, spesso da protagonisti (15 scudetti a testa), mai da anonimi comprimari. La storia e la tradizione di questa sfida sono diventate un patrimonio del rugby italiano. Non dimentichiamo che proprio un derby tra Petrarca e Rovigo, quello del 1977 all’Appiani di Padova, vanta il record di presenze di spettatori (circa 20 mila persone) per una partita di campionato. 

Ma i tempi cambiano e oggi il nostro rugby ha preso strade diverse rispetto al passato. La struttura che si è data il movimento ovale italiano negli ultimi 15 anni, con la quale si è puntato tutto o quasi sul rugby dell’alto livello (nazionale, franchigie e accademie federali), di fatto ha messo in un angolo tutto il resto, in primis il massimo campionato svuotato di interesse e di contenuti tecnici visto che i migliori giocatori del rugby italiano da tempo militano in altri tornei. 

Emergono così le conseguenze di questa scelta, almeno a livello di club, come testimoniano i problemi di alcune società come il Noceto, che ha chiuso i battenti l’anno scorso, il Colorno, appena ritiratosi dal campionato d’Elite, e il Verona, che lascerà la Serie A al termine di questa stagione. A queste situazioni si aggiungono anche i malumori manifestati recentemente da Giulio Arletti, presidente della Lega Italiana Rugby, un sindacato che fatica a tenere insieme realtà troppo diverse a partire dalle Fiamme Oro, squadra statale a tutti gli effetti, o come il Mogliano, formazione satellite del Benetton Treviso. 

Davanti a questo progressivo sgretolamento del vecchio ordine rugbystico, due “vecchie signore” come Rovigo e Petrarca ce la faranno a uscirne senza danni? La domanda al momento non ha una risposta precisa, ma è forte il timore che l’interrogativo riguardi non tanto se questo accadrà, ma solamente quando. Con il campionato piegato sulle esigenze dell’alto livello e alle prese con la mancanza di investitori e di sponsor, il derby rischia di tornare alle sue origini, quando ad esserne coinvolti erano solo rodigini e padovani. 

Non è tanto in discussione il modello di sviluppo scelto dalla Federazione, che non dimentichiamo ha portato la nazionale azzurra nel salotto buono del rugby mondiale, quanto se per perseguire questo obiettivo fosse necessario sacrificare il rugby di base ridimensionando le sue realtà e le loro storie come quelle, ad esempio, di Rovigo e Petrarca. E’ davvero un lusso che il rugby italiano può permettersi?     

Roberto Roversi

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