Dal Delta del Po all’alto Adriatico, nove località coinvolte nel censimento del Weekend del Mare 2026. I dati, validati da Ispra, confluiranno nel monitoraggio europeo Marine Litter Watch
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DELTA DEL PO – Dal Delta del Po all’alto Adriatico, la scienza partecipata entra in campo per fotografare lo stato di salute delle spiagge venete e, soprattutto, per capire da dove provengano i rifiuti che finiscono lungo le coste e in mare. È questo il risultato della seconda edizione del Weekend del Mare 2026, iniziativa promossa da Plastic Free, nell’ambito della quale è stato realizzato un articolato censimento dei rifiuti presenti sul litorale regionale.

Sono state nove le località coinvolte, da sud a nord: Rosolina, Porto Viro, Porto Tolle, Chioggia, Venezia Lido, Jesolo, Caorle, Eraclea e Bibione. Ogni catalogazione ha fornito dati specifici e ha fotografato situazioni differenti, in alcuni casi confermando precedenti rilevazioni, ma anche accendendo i riflettori su nuove forme di inquinamento ancora poco conosciute.

Da un lato, dunque, una catalogazione che restituisce una fotografia significativa dell’inquinamento lungo il litorale veneto; dall’altro, una forma di scienza partecipata che vede protagonisti cittadini e volontari impegnati a contribuire al monitoraggio e alla raccolta di dati, collaborando con le strutture scientifiche locali e nazionali.

A coordinare la seconda edizione del Weekend del Mare 2026, nel cui contesto si è svolto il censimento dei rifiuti, è stato Paolo Monesi.

«Non una semplice giornata ecologica – spiega Monesi – ma modalità operative secondo le quali i cittadini volontari vengono stimolati nel proprio impegno in favore dell’ambiente e ricevono anche una conoscenza tecnica approfondita utile nella loro attività».

Monesi sottolinea inoltre che «lo scopo principale della catalogazione dei rifiuti è trovare elementi utili per risalire all’origine dell’inquinamento nelle spiagge e di conseguenza nei mari. È infatti importante verificare se i rifiuti provengono dall’attività balneare, dalla pesca o dall’agricoltura o da altre fonti e stabilire se si tratta di rifiuti urbani o industriali».

«Tutti elementi essenziali ed utili ai decisori – aggiunge – per attuare efficaci politiche di intervento volte a ridurre la presenza di rifiuti nell’ecosistema costiero e salvaguardare quindi anche il mare e la sua importantissima biodiversità».

Dai dati raccolti, come emerge dalla scheda tecnica, sono emersi rifiuti resistenti al tempo e risalenti anche a trenta e quarant’anni fa, come i cotton fioc, ma anche mozziconi di sigaretta, plastiche e grandi quantità di reti utilizzate per l’allevamento dei mitili nella Sacca di Scardovari.

Il protocollo utilizzato ha previsto che la raccolta dei dati si concentrasse in un tratto di spiaggia della lunghezza di 100 metri. Tutti gli oggetti e i frammenti sono stati conteggiati e registrati su apposite schede tecniche, contenenti oltre 180 categorie di rifiuti, codificate come rilevanti dalla Strategia Marina Europea.

I dati sono stati successivamente validati da Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che li trasmetterà all’Agenzia Europea dell’Ambiente nell’ambito dell’iniziativa internazionale Marine Litter Watch. Un passaggio importante perché contribuirà alla formulazione di direttive e iniziative europee volte alla riduzione dei rifiuti e, in particolare, della plastica nell’ambiente.

«È doveroso ringraziare – conclude Monesi – i patrocinatori dell’iniziativa, la Regione Veneto e la Conferenza dei Sindaci del litorale veneto, Ispra per la collaborazione scientifica e tutti i referenti polesani e veneti per l’impegno e la meticolosità con cui hanno affrontato la loro prima attività di scienza partecipata, animati dalla certezza che i risultati polesani e veneti contribuiranno al quadro conoscitivo europeo sui rifiuti marini e per orientare future azioni di prevenzione, sensibilizzazione e intervento lungo le coste venete».

La scheda tecnica: i rifiuti più presenti

Nella classifica dei dieci rifiuti più presenti compaiono ancora i bastoncini dei cotton fioc, alcuni dei quali risalenti agli anni Ottanta e Novanta, dispersi attraverso reti fognarie, fiumi e mare. Si tratta di un rifiuto che si spera di vedere presto diminuire sulle nostre coste, considerando che negli ultimi vent’anni il bastoncino è costituito da materiale biodegradabile e meno impattante sull’ambiente, ma anche grazie a una maggiore attenzione da parte dei cittadini.

Vi sono inoltre ancora numerosissimi mozziconi di sigaretta, presenti praticamente ovunque, ma in particolare sulle spiagge caratterizzate da una forte attività balneare, sia libere sia attrezzate. Da qui deve partire un ulteriore impulso alla creazione di “spiagge senza fumo”, una scelta che molti Comuni litoranei hanno già promosso, ottenendo risultati apprezzabili.

In misura importante si segnalano le reti in plastica utilizzate per l’allevamento dei mitili. In particolare, la quantità raccolta nella Sacca di Scardovari è davvero impressionante, ma ormai questi materiali sono diffusi anche lontano dalle aree di coltivazione, trasportati dalle correnti marine.

Tra i materiali più ricorrenti figurano anche tappi e anelli di plastica, parti dei contenitori per bevande. Elementi che confermano l’importanza delle misure introdotte per mantenere il tappo agganciato alla bottiglia. Il numero dei tappi risulta infatti superiore a quello delle bottiglie rinvenute, molte delle quali, una volta prive del tappo, si riempiono d’acqua e rimangono adagiate sui fondali.

Gli anelli, invece, staccandosi da tappi e bottiglie, costituiscono un grosso rischio per la fauna marina, che, scambiandoli per cibo, può ingerirli o rimanervi impigliata.

In cima alla classifica generale si conferma inoltre la presenza di frammenti di plastica. Si tratta di pezzi ormai non più riconducibili all’oggetto originario, ma già entrati in una fase avanzata di frammentazione e diventati quindi microplastiche.

A questi si aggiungono i tantissimi frammenti di polistirolo, spesso provenienti dalle cassette utilizzate dall’industria peschiera. Si auspica che queste ultime possano presto essere sostituite su larga scala da materiali alternativi, meno pericolosi per l’ambiente e per la fauna costiera e marina. I frammenti di polistirolo, infatti, sono facilmente ingeriti da pesci e uccelli marini.

Con numeri inferiori, ma comunque rilevanti in alcune aree, il monitoraggio segnala anche la presenza di cartucce e parti interne riconducibili all’attività venatoria, in particolare le borre, componenti che vengono espulse durante lo sparo insieme ai pallini e che risultano difficilmente recuperabili.

Un dato che, nel contesto del dibattito pubblico sulla gestione della biodiversità e delle attività venatorie, evidenzia la necessità di mantenere alta l’attenzione sull’impatto ambientale della caccia.

Un approfondimento specifico riguarda infine i dischetti in plastica utilizzati in alcuni impianti di depurazione delle acque reflue. Il loro rinvenimento in quantità significative sulle spiagge di Isola Verde e a Rosolina alla Foce dell’Adige, ma anche a Scano Cavallari, suggerisce l’opportunità di verificare le pratiche operative dei depuratori collocati nelle aree prossime al fiume Adige.

Questi supporti, impiegati per favorire l’azione degli agenti biologici negli impianti, sono ancora realizzati con polimeri artificiali e vengono periodicamente ritrovati anche in altre località del Delta del Po.

Il censimento restituisce così un quadro articolato della presenza dei rifiuti lungo le coste venete, ma soprattutto mette a disposizione della comunità scientifica e delle istituzioni una grande quantità di dati utili per individuare le possibili fonti dell’inquinamento e orientare le future strategie di prevenzione, sensibilizzazione e tutela dell’ecosistema costiero e marino.

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