ROVIGO – «Rovigo e il Polesine come l’India». È una provocazione forte quella lanciata da Vanni Destro, attivista ambientale e portavoce della Rete dei Comitati Polesani a Difesa di Salute e Ambiente, che torna a denunciare quella che definisce una progressiva concentrazione sul territorio di impianti destinati al trattamento di rifiuti e sostanze potenzialmente pericolose.
Destro richiama il caso della Miteni di Trissino, l’azienda produttrice di Pfas che, dopo la chiusura dello stabilimento vicentino, cedette i propri macchinari alla società indiana Laxmi Organic Industries, trasferendo la produzione nello Stato del Maharashtra. «Un’operazione resa possibile – sostiene – da una legislazione ambientale meno rigorosa, da una limitata opposizione locale e dal disinteresse della politica verso i rischi sanitari e ambientali».
Secondo l’esponente dei comitati, una dinamica simile si starebbe riproponendo oggi in Polesine.

«Il nostro territorio – afferma – è rimasto ai margini della grande espansione industriale che ha interessato altre aree del Veneto e del Nord Italia, evitando anche molte delle conseguenze urbanistiche e ambientali di quello sviluppo. Oggi, però, rischia di diventare il luogo dove vengono trasferite attività industriali legate al trattamento di materiali pericolosi e rifiuti provenienti da altre province e regioni».
Nel suo intervento Destro cita alcuni dei principali progetti al centro del dibattito locale: Ecopol, per il trattamento di terreni contaminati da idrocarburi; F.I.R., con la produzione di lana minerale mediante l’utilizzo di sostanze come formaldeide, fenolo e acetaldeide; Alchemia, che tratta rifiuti pericolosi provenienti da colorifici e industria cosmetica; e l’ipotesi di un impianto per l’incenerimento di fanghi di depurazione contenenti Pfas.
A queste iniziative aggiunge le ricadute legate all’aumento del traffico pesante, delle polveri sottili, del consumo di risorse idriche e del rischio di contaminazione delle falde. «È evidente – sostiene – che Rovigo e il Polesine vengono considerati come un territorio dove è possibile insediare impianti che altrove incontrerebbero maggiori resistenze, grazie ad amministrazioni troppo condiscendenti e a una popolazione poco reattiva».
Da qui l’appello rivolto sia ai cittadini sia agli enti locali. «Sarebbe auspicabile un moto d’orgoglio capace di costruire un muro di dignità contro questo modello di sviluppo, coinvolgendo amministrazioni locali troppo spesso silenziose, quando non addirittura conniventi, e l’intera comunità polesana».
Infine Destro indica come esempio da estendere l’articolo 23 del regolamento dell’Interporto di Rovigo, che limita l’insediamento di industrie considerate pericolose. «Una norma – conclude – che oggi più che mai dovrebbe essere rafforzata e applicata a tutto il territorio polesano per tutelare salute e ambiente».
















