VENEZIA – Il presidente della giunta regionale Luca Zaia ha avuto due incontri istituzionali sul tema delle trivellazioni in Adriatico e sulla difesa del territorio contro i pericoli della subsidenza soprattutto per il Polesine. Nel primo, con il proprio leader politico, il senatore e Ministro Matteo Salvini (LEGGI ARTICOLO) Zaia esprimeva una chiara contrarietà, nel secondo al Ministero (LEGGI ARTICOLO) in cui Zaia ha evidenziato la necessità di ottenere in via prioritaria garanzie tecnico-scientifiche a tutela dell’ambiente da parte di un “tavolo prettamente tecnico”.
Dal No al Ni fino al Consiglio Regionale di questa settimana quando è stato discusso un emendamento della consigliera Erika Baldin che chiedeva di inserire un pronunciamento espresso contro la ripresa delle trivellazioni in Adriatico per ritornare alla posizione chiara di un No.
“Dapprima l’emendamento è stato accettato – dichiara Arturo Lorenzoni, portavoce dell’Opposizione – poi è stato respinto dalla maggioranza leghista, quindi rinviato, infine respinto e sostituito da un altro emendamento, che propone un generico rinvio alle decisioni governative a valle di una rassicurazione dei tecnici sui rischi possibili relativi all’abbassamento del territorio costiero. Che il Veneto ha già vissuto drammaticamente e che si sperava di non dover rivedere mai più.
Si è astenuto il presidente Ciambetti, consapevole delle battaglie leghiste contro le trivelle, ma il resto della truppa leghista ha votato compatto a favore della posizione attuale del governo a trazione Fratelli d’Italia. Altro che autonomia: il Consiglio si è docilmente allineato alle posizioni romane, anche a costo di mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e del territorio veneto.
Ma il punto che ho sollevato in aula non è sui pericoli ambientali, peraltro già ampiamente evidenziati dallo studioso che ritengo più autorevole sul tema, il prof. D’Alpaos dell’università di Padova, quanto sulla assurdità della scelta di trivellare dal punto di vista economico. Per l’Italia e soprattutto per il Veneto.
A livello europeo si è concordato di raggiungere la neutralità climatica al 2050, di ridurre di oltre la metà le emissioni al 2030 (tra 8 anni!) rispetto al 1990, eliminando progressivamente l’uso dei combustibili fossili. Per il gas, dai circa 74 miliardi di metri cubi del 2021 a zero nel 2050. Per i carburanti l’orizzonte è di terminare la vendita di auto a motore dal 2035, per le caldaie a gas si parla di vietarne la nuova installazione dal 2029. Ma per conto della Commissione Europea sto conducendo uno studio per capire se sia possibile anticiparne la fine al 2024 promuovendo l’uso delle pompe di calore alimentate ad energia elettrica, una tecnologia più efficiente e più compatibile con la crescita attesa della produzione di energia da fonte rinnovabile.
E ancora teniamo aperta la porta alla estrazione di nuovo gas? Ma che senso economico ha investire in nuovi pozzi in un mercato che in tutti i modi cerchiamo di restringere fino ad azzerarlo? E soprattutto per l’economia veneta, che è leader nella produzione di pompe di calore, con alcune delle imprese migliori al mondo, e che potrebbe al limite sviluppare in modo profittevole la filiera del biometano, che ha le stesse caratteristiche del metano fossile, ma non comporta accumulo di gas serra in atmosfera. Con un potenziale almeno doppio di quello del metano fossile e non solo per una decina di anni, ma per sempre e con ricadute positive sull’agricoltura e l’industria regionale.
Insomma, il consiglio regionale ha perduto un’occasione per chiudere la porta a una tecnologia obsoleta e di aprire una prospettiva economica nuova, coerente con gli obiettivi di sostenibilità che il documento che abbiamo approvato riporta correttamente nella parte generale, ma non declina minimamente nella parte operativa. E capite la mia difficoltà, che nel mio lavoro di ricerca con i colleghi europei cerco le soluzioni alla transizione energetica, mentre nel mio ruolo di amministratore mi trovo costretto a vedere scelte diametralmente opposte. Peccato, perché le spese le pagano i cittadini del Veneto” conclude Arturo Lorenzoni, docente di Economia dell’energia all’Università degli studi di Padova.













