I sindaci Aldo D’Achille, Nicola Zanca e Francesco Peotta respingono l’ipotesi di legare i finanziamenti regionali alle fusioni: «Devono essere una scelta libera delle comunità».
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POLESINE – «Nessun buon matrimonio nasce sotto minaccia. Un Comune non può fondersi sotto ricatto». I sindaci di San Bellino, Gaiba e Barbona (PD) alzano un muro contro l’ipotesi di subordinare l’accesso ai finanziamenti regionali alla fusione dei piccoli Comuni.

A prendere posizione sono Aldo D’Achille, sindaco di San Bellino, Nicola Zanca, primo cittadino di Gaiba, e Francesco Peotta, sindaco del Comune padovano di Barbona. Il messaggio rivolto alla Regione Veneto è netto: «Una fusione deve essere una scelta libera, presa in scienza e coscienza dalle comunità. Non può essere forzata dalla minaccia di una ritorsione economica».

I tre amministratori contestano anche l’equazione secondo cui la riduzione del numero degli enti produrrebbe automaticamente risparmi. D’Achille richiama il precedente dell’accorpamento delle Ulss venete e sottolinea un ulteriore paradosso: alcuni Comuni nati dalle fusioni hanno oggi meno di 3mila abitanti, la stessa dimensione demografica indicata come critica per giustificare nuovi accorpamenti.

«Se questa dimensione è considerata adeguata dopo una fusione, perché non dovrebbe esserlo per Comuni che già sono così?», domanda il sindaco di San Bellino, che richiama anche i consistenti contributi statali e regionali destinati alle fusioni.

Secondo Francesco Peotta, anche il maggiore costo pro capite attribuito ai piccoli Comuni può risultare fuorviante. Molte spese, dalla manutenzione delle strade alla cura del territorio, rimangono infatti sostanzialmente fisse anche quando diminuisce la popolazione. «Non è il Comune che spreca: è lo stesso territorio da curare, con meno persone che lo abitano».

Nicola Zanca rivendica invece la capacità dei piccoli enti di utilizzare i fondi del PNRR nonostante organici e risorse ridotti. Per i tre sindaci, i piccoli Comuni rappresentano un presidio fondamentale delle aree rurali e interne, garantendo servizi e presenza istituzionale in territori altrimenti esposti a un progressivo abbandono.

Tra i rischi indicati c’è anche la possibile perdita di servizi dopo una fusione. Un Comune trasformato in frazione, sostengono gli amministratori, perderebbe la propria autonomia nell’accesso diretto ai bandi e potrebbe vedere indebolite alcune garanzie legate alla presenza dei servizi sul territorio.

La proposta è quindi opposta a quella delle fusioni imposte attraverso la leva finanziaria: rafforzare i piccoli Comuni, semplificare la burocrazia e garantire loro risorse e strumenti adeguati. «La vera sfida non è avere meno Comuni – concludono D’Achille, Zanca e Peotta – ma renderli più forti e permettere loro di continuare a svolgere il proprio lavoro, insostituibile e vicino alla gente».

One Comment
  1. il problena delle fusoni è alla base:chi perdera’ l’amata poltrona”?chi sARANNO GLI ASSESSORI MESSI ALLA PORTA?? per le casse dei cittadini,sarebbe d’uopo….ma l’ostruzionismo sara’ totale!! l’alternativa,parlando in politichese?? semplice:i “lasciata a casa” portarli in eu…..come tanti,tantissimi esempi gia’ visti.

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