MESTRE-VENEZIA – In questi giorni, anche a seguito della bocciatura del decreto Schillaci sulla riforma volontaria del rapporto di lavoro dei medici di medicina generale — bocciatura arrivata dalla stessa maggioranza e contro le richieste delle Regioni — il dibattito veneto si è concentrato sull’accordo tra Regione e sindacati dei medici di medicina generale. A fare da sfondo c’è la scadenza del 30 giugno per l’attivazione delle Case della Comunità, pena il rischio di perdere risorse europee legate al NextGeneration-EU. Complicato negoziare qualsiasi cosa con una “spada nel groppone” ove l’alternativa a tirar fuori milioni di euro è quella di perderne altrettanti o di più, afferma Ivan Bernini segretario generale della Fp Cgil del Veneto.
“Non siamo abituati a commentare i commenti, né a inseguire i tanti video e post che in queste ore hanno parlato di “svolta storica” o di “Veneto modello da imitare”. Anche perché, ad oggi, un testo definitivo di accordo che disciplini davvero l’utilizzo dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità ancora non c’è” e noi siamo abituati a valutare i testi scritti, non le parole.
“Ma una cosa va detta con chiarezza: si sta vendendo come svolta ciò che, senza un progetto complessivo sul personale, rischia di essere soltanto un’operazione parziale e fragile”, prosegue Bernini.
Per la Fp Cgil Veneto, il punto centrale viene infatti colpevolmente rimosso: le Case della Comunità non sono, e non possono diventare, una questione che riguarda solo i medici di medicina generale.
“Le Case della Comunità, per funzionare davvero, hanno bisogno di équipe multidisciplinari. Significa medici, infermieri, tecnici, operatori sociosanitari, professionisti della riabilitazione, assistenti sociali, personale amministrativo e tutte le figure necessarie a garantire presa in carico, continuità assistenziale e prossimità delle cure. Senza questa rete di professionalità, in larga parte non mediche, quelle strutture non saranno Case della Comunità: saranno, nella migliore delle ipotesi, studi medici associati con una nuova insegna”, dichiara Bernini.
Secondo la Fp Cgil Veneto, la Regione sta inoltre compiendo un grave errore politico e organizzativo: aprire un tavolo con una sola componente del sistema sanitario, per quanto importante, ignorando l’insieme dei professionisti che dovrebbero rendere operative quelle strutture.
“È una sottovalutazione grave. Perché le dinamiche che si stanno aprendo per i medici di medicina generale riguarderanno inevitabilmente anche gli altri professionisti. Pensiamo ai medici ospedalieri, ai quali viene chiesto di prestare attività nelle Case della Comunità — quando viene chiesto e non imposto, come accaduto a Vicenza — oppure al personale infermieristico, tecnico e del comparto. La carenza di personale non riguarda certo solo i medici di base”, continua Bernini.
“E sia chiaro: se per una categoria si apre il tema della remunerazione oraria per lavorare in queste strutture, nessuno può pensare che la stessa questione non venga posta anche dagli altri professionisti. La Regione non può aprire una partita e poi fingere che il resto del sistema sanitario non esista”.
Per la Fp Cgil Veneto, la vera svolta sarebbe stata un’altra: dare finalmente attuazione a un principio già contenuto nelle norme istitutive del Servizio sanitario nazionale del 1978 e mai davvero applicato fino in fondo. “La vera svolta, altro che epocale, sarebbe stata prevedere davvero il doppio canale di rapporto di lavoro, lasciando ai medici la libertà di scegliere se diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale e rafforzando in modo significativo il rapporto di esclusività con il servizio pubblico”.
“Quella sì sarebbe una scelta coraggiosa: dire a chi decide di lavorare stabilmente dentro il servizio pubblico che quella scelta ha un valore, che va riconosciuta, premiata e sostenuta. Dire chiaramente che il lavoro al servizio della comunità, dentro il SSN, è una scelta coerente con il dettato costituzionale e con l’idea stessa di sanità pubblica”. “Invece — conclude Bernini — ancora una volta sembra prevalere l’interesse particolare su quello generale.
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