FIESSO UMBERTIANO (Rovigo) – Mercoledì 28 gennaio alle ore 10, la comunità di Fiesso Umbertiano si riunirà presso la piazzetta antistante la Biblioteca Comunale “Dino Scaranari”, davanti alle tre pietre d’inciampo dedicate alla famiglia Schloss, deportata ad Auschwitz nel 1944, per celebrare la Giornata della Memoria.
L’iniziativa rappresenta un importante momento di commemorazione e consapevolezza storica, aperto a cittadini, studenti e istituzioni locali.
La relazione ufficiale della giornata sarà affidata al Presidente della Comunità Ebraica di Ferrara, dott. Fortunato Arbib, ospite d’onore dell’evento. Alla commemorazione parteciperanno inoltre gli studenti delle scuole di Fiesso Umbertiano e alcune rappresentanze del Consiglio Comunale dei Ragazzi, a testimonianza dell’impegno educativo nel tramandare la memoria alle nuove generazioni.
Durante l’incontro, gli alunni dell’indirizzo musicale presenteranno alcuni brani significativi guidati dai loro insegnanti, mentre i ragazzi della scuola secondaria di primo grado “G. Gozzano”, accompagnati dal prof. Michele Zappaterras, eseguiranno musiche con il flauto dolce, offrendo un contributo artistico particolarmente toccante.
La storia della famiglia Schloss
La famiglia Schloss, composta da Herman e Werner Schloss e Lilli Sander, durante la Seconda guerra mondiale trovò accoglienza presso Mario e Aldo Bombonati. Tra le due famiglie nacque un rapporto di profonda amicizia e solidarietà, esempio concreto di umanità in un periodo segnato dalla persecuzione.
La loro tragica vicenda è stata ricostruita grazie alle numerose lettere conservate dalla famiglia Bombonati e ai documenti custoditi nell’Archivio storico del Comune, che hanno permesso di riportare alla luce una pagina significativa della storia locale.
La persecuzione e l’internamento degli ebrei in Italia
Accanto alle atrocità del fascismo e del nazismo – perpetrate contro gli ebrei e contro tutti coloro che si opponevano politicamente al regime, come avvenne nella Risiera di San Sabba a Trieste – vi furono anche numerosi atti di coraggio e resistenza civile compiuti da uomini e donne italiani che si opposero alla persecuzione antiebraica, riuscendo a salvare molte vite.
Nel territorio del Polesine, numerosi ebrei stranieri furono inviati forzatamente dal regime e distribuiti in circa venti comuni. Molti di loro, purtroppo, finirono deportati ad Auschwitz.
Gran parte degli ebrei giunti in Italia proveniva dalla Jugoslavia e dalla Germania. Dopo l’arrivo, vennero trasferiti in campi di internamento o assegnati ai comuni con lo status di “liberi internati di guerra”, una condizione assimilabile al domicilio coatto: persone sorvegliate, con forti limitazioni alla libertà personale.
Nel 1942 si contavano in Italia 5.600 ebrei nei campi di internamento e 3.500 internati nei comuni.
Le loro vite sono state ricostruite attraverso ricerche presso l’Archivio Centrale dello Stato, il Centro di Documentazione Ebraica di Milano e numerosi archivi storici comunali, ricchissimi di testimonianze riferite al periodo 1940–1945.
Questi documenti hanno permesso di identificare non solo coloro che furono accolti nel territorio italiano, ma anche i molti che riuscirono a salvarsi dopo l’8 settembre 1943, quando la persecuzione antiebraica assunse la forma del vero e proprio sterminio.
Il Polesine e le storie di solidarietà
Nel 1940, nel Polesine, venti comuni ospitavano circa 130 ebrei in regime di internamento libero. Le norme erano rigidissime: controlli quotidiani, divieto di spostamento, impossibilità di lavorare e obbligo di autorizzazioni speciali anche per motivi di salute.
Nonostante ciò, molti polesani dimostrarono un autentico spirito di altruismo, aiutando numerosi ebrei a fuggire prima che la macchina burocratica della deportazione entrasse in funzione.
Emblematica è anche la vicenda di una famiglia del territorio che ospitò due nuclei ebraici: i Moskovic, deportati e uccisi ad Auschwitz dopo l’8 settembre, e i Kopp, che riuscirono invece a fuggire negli Stati Uniti iniziando una nuova vita.
Sono storie dolorose, ma illuminate da gesti di coraggio, solidarietà e resistenza morale, compiuti da uomini, donne e giovani che lottarono per la libertà, l’uguaglianza e la democrazia.
Una memoria che continua a vivere e che insegna, oggi come allora, che l’odio può essere sconfitto solo attraverso la conoscenza, il ricordo e la testimonianza.

















