Considerata un'opportunità per l'economia circolare e la lotta alla crisi climatica" è stato realizzato in collaborazione con l'Università degli Studi di Padova e il CIB

PADOVA – Mentre a Trecenta in provincia di Rovigo lo spauracchio di un impianto per la produzione di biometano scompare, con sollievo e soddisfazione, dal futuro della comunità agricola (LEGGI ARTICOLO) altopolesana, Legambiente Veneto ha presentato il rapporto “Le potenzialità del biometano agricolo in Veneto”, uno studio approfondito che esplora il ruolo chiave del biometano nell’economia circolare e nella lotta alla crisi climatica.

Secondo Legambiente, tra le energie rinnovabili, il biogas ed il biometano si presentano come una delle soluzioni da applicare con determinazione per contribuire alla transizione del settore agricolo ed energetico. Il rapporto, realizzato con il supporto tecnico-scientifico del Dipartimento di Agronomia Animali Alimenti Risorse naturali e Ambiente dell’Università degli Studi di Padova e del Consorzio Italiano Biogas (CIB), evidenzia i benefici ambientali, economici e sociali della produzione di biometano da scarti agricoli e agroindustriali.

I contenuti del rapporto sono stati illustrati dal presidente di Legambiente Veneto Luigi Lazzaro, da Lorenzo Favaro docente di microbiologia presso il dipartimento di Agronomia Animali Alimenti Risorse naturali e Ambiente dell’Università degli Studi di Padova e da Lorella Rossi responsabile dell’area tecnica del Consorzio Italiano Biogas. Alla presentazione hanno partecipato i vertici regionali delle più importanti associazioni di agricoltori con il presidente di Coldiretti Carlo Salvan, il presidente di Cia Gian Michele Passerini e il presidente di Confagricoltura Lodovico Giustiniani, il direttore dell’unità operativa gestione e centri e aziende agricole di Veneto Agricoltura Federico Correale Santacroce, il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti, l’Assessore regionale all’energia e sviluppo economico Roberto Marcato e il presidente della Commissione agricoltura del Senato della Repubblica Luca De Carlo.

Il rapporto è uno degli output della campagna informativa “Biometano fatto bene” che Legambiente Veneto ha ideato ed avviato nel corso del 2024 e tutt’ora in corso, nata per sfatare i falsi miti sulla tecnologia della digestione anaerobica della materia organica e per accompagnare la comprensione scientifica del tema fornendo agli amministratori pubblici e ai cittadini un “vademecum” per orientarsi nella valutazione dei progetti presentati nei loro territori. Un documento che risponde all’esigenza di conoscere ed esplorare le potenzialità del biometano in regione, con uno specifico accento sui benefici per la filiera delle produzioni agricole e agro zootecniche che “producono” scarti e sottoprodotti organici che purtroppo non vengono sempre correttamente gestiti, causando ripercussioni ambientali (come emissioni atmosferiche e potenziali inquinamenti di acque superficiali e suoli) e che invece potrebbero essere valorizzati attraverso la digestione anaerobica per la produzione di biometano e di digestato di qualità.

Il rapporto chiarisce anche gli aspetti tecnologici e procedurali per fugare dubbi e allarmismi che spesso vengono diffusi, sottolineando i vantaggi ambientali legati alla produzione di biometano, come la gestione efficiente degli scarti e sottoprodotti organici, la restituzione di carbonio al suolo per combattere la desertificazione e la generazione di energia da fonti rinnovabili. Il documento analizza e quantifica anche le potenzialità del digestato, un residuo utile per la fertilità dei terreni, e promuove l’adozione di pratiche agricole sostenibili. A questo riguardo i dati raccolti confermano con chiarezza l’esistenza di una quantità stimata di scarti agricoli disponibili nella regione (elaborata dai ricercatori dell’Università di Padova sulla base dei dati ufficiali disponibili) niente affatto irrisoria: la potenzialità regionale ancora inespressa si aggira attorno al 50%, un dato rilevante che secondo gli estensori del rapporto può aiutare a chiarire che considerare un impianto di biometano esclusivamente come uno strumento per la produzione energetica è molto limitante. Questa tecnologia, in ragione della sua adattabilità alle dimensioni dell’azienda agricola e alla flessibilità di utilizzo di biomasse e sottoprodotti presenti sul territorio, favorisce l’instaurarsi di sinergie locali tra i principali attori della filiera. Il coinvolgimento degli agricoltori e degli allevatori in questo processo rappresenta un punto cruciale per il futuro dell’intero settore, proprio perché l’immissione in rete di energia elettrica o di biometano determina un’integrazione finanziaria quanto mai necessaria in questo momento molto difficile per il settore.

Altro aspetto affrontato dal rapporto è quello della corretta pianificazione e gestione dei progetti di biometano che arrivano nei territori: per garantire l’accettabilità sociale e il coinvolgimento delle comunità locali, occorre evidenziare con trasparenza gli aspetti fondamentali che possono rendere tali impianti utili ad un’economia più verde e resiliente, ma allo stesso tempo è necessario portare a galla tutti gli elementi critici che possono determinare la loro inadeguatezza: per Legambiente è indispensabile che siano progettati e collocati correttamente sul territorio, in relazione alla disponibilità di materia localmente reperibile ed in sinergia con i produttori agricoli locali.

A supporto di questo aspetto Legambiente ha promosso il “Vademecum per il biometano fatto bene” contenuto nel capitolo conclusivo del rapporto, che fa chiarezza su questi aspetti ed aiuta la popolazione ad entrare nel merito della questione e dei processi tecnologici attraverso la conoscenza e l’approfondimento scientifico, senza pregiudizi ideologici. Uno strumento per formare ed informare capillarmente amministratori e cittadini su che cosa sia il biometano “fatto bene” ed aiutare a comprendere se un impianto non è ben realizzato o non è inserito correttamente sul territorio e supportare i percorsi di opposizione o di rettifica degli impianti proposti, per accompagnare visione d’insieme che lo sviluppo di impianti di biometano non solo sostenibili ma anche integrati nei territori.

I punti chiave del rapporto:

  • Biometano e agroecologia: Il biometano rappresenta una risorsa preziosa per l’agricoltura sostenibile, consentendo la chiusura del ciclo dei nutrienti, la riduzione dell’uso di fertilizzanti chimici e la valorizzazione degli scarti organici.
  • La digestione anaerobica: Il rapporto spiega in modo chiaro e accessibile il processo di digestione anaerobica, che trasforma la materia organica in biogas e digestato, un fertilizzante naturale.
  • Potenzialità del biometano in Veneto: Lo studio valuta il potenziale di produzione di biometano da scarti agricoli in Veneto, evidenziando  le quantità disponibili e le opportunità per il territorio.
  • Legislazione e campagna “Biometano fatto bene”: Il rapporto fornisce un quadro aggiornato della legislazione italiana a supporto del biometano e presenta la campagna “Biometano fatto bene” di Legambiente, volta a promuovere la conoscenza e l’accettazione di questa tecnologia.
  • Il ruolo della CO2 biogenica: Il rapporto spiega cos’è la CO2 biogenica, e come la sua origine biologica la renda, a differenza della CO2 fossile, una risorsa a impatto climatico zero.

“Il biometano è una grande opportunità per l’economia circolare e la lotta alla crisi climatica – ha dichiarato Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – e con questo rapporto vogliamo chiarire e spiegare l’importanza e le potenzialità di questa filiera, superando pregiudizi e disinformazione. Per una reale transizione ecologica in Veneto e in Italia, abbiamo bisogno di realizzare gli impianti di biometano e possiamo, anzi dobbiamo, esigere che questi siano “fatti bene” per contrastare la crisi climatica, sviluppare l’economia circolare e diffondere l’agroecologia”. “Questo rapporto può essere un punto di riferimento per cittadini e amministratori per approfondire la conoscenza del biometano – ha proseguito Lazzaro – e ci auguriamo sia da stimolo all’avvio di un’alleanza trasversale tra Istituzioni, cittadini e imprese del settore agricolo ed energetico, capace di indirizzare e governare il corretto insediamento degli impianti di biometano nel nostro territorio, per costruire insieme una transizione ecologica ed energetica giusta e sostenibile per tutti.”.

“Il biogas agricolo è un importante esempio di filiera corta energetica ove scarti organici dell’agricoltura vengono convertiti in biogas da microrganismi selezionati per sostenere le esigenze aziendali e contribuire ai fabbisogni nazionali ed europei previsti dal recente programma REPower” afferma Lorenzo Favaro docente di microbiologia presso il Dipartimento di Agronomia Animali Alimenti Risorse naturali e Ambiente dell’Università degli Studi di Padova.

“Come Waste to Bioproducts Lab, sviluppiamo biotecnologie microbiche per convertire i sottoprodotti agro-industriali ampiamente disponibili a livello nazionale ed internazionale in bioprodotti quali biogas, bioidrogeno, bioplastiche ed enzimi industriali”.

“La perfetta integrazione tra produzione alimentare e produzione di bioenergia fatta bene è la strada maestra che permette di raggiungere più obiettivi: un’agricoltura sempre più avanzata e resiliente, una maggiore sicurezza alimentare e la riduzione delle emissioni legate all’uso delle fonti fossili. Progetti come questo volti a diffondere la corretta informazione sono importanti per lo sviluppo del biometano agricolo in sinergia con i territori e non in contrasto.” ha sottolineato Lorella Rossi, responsabile Area Tecnica CIB.

A pagina 11 del rapporto, una infografica spiega come mai questo genere di impianti, sostenuti economicamente dai contributi pubblici nazionali e comunitari, piacciano così tanto agli agricoltori: il 70% dei materiali di alimentazione dell’impianto provengono infatti dal mondo agricolo, che, per il 45% coltiva appositamente varietà agricole da inserire nella filiera industriale per far funzionare il biodigestore e per il resto, circa un 20-25%, provengono da rifiuti agricoli.

Nessun accenno al consumo di suolo agricolo, sottratto alla produzione di alimenti per umani o animali, e destinato alla produzione di combustibile vegetale per gli impianti a biometano. Una rapida ricerca stima in almeno 120-130 ettari il suolo agricolo necessario per produrre 1 MW da biomassa, contro gli 1,2 ettari per un impianto agrofotovoltaico avanzato sotto cui si coltiva per l’alimentazione umana o animale senza consumare suolo agricolo.

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