Una baruffa come tante non può costare 62 squalifiche, disintegrata la storia secolare del rugby e del derby d’Italia tra Rovigo e Petrarca 
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ROVIGO – I vecchi giornalisti per spiegare ai giovani cronisti alle prime armi cosa fosse una notizia citavano questo esempio: “un cane che morde un uomo non è una notizia, un uomo che morde un cane è una notizia”. I 62 giocatori squalificati dopo l’amichevole tra Rovigo e Petrarca della scorsa settimana (LEGGI ARTICOLO) sono stati come l’uomo che morde il cane, cioè una notizia, anzi una notizia di rilievo (LEGGI ARTICOLO). Tant’è che è finita su tutti i giornali e TV con grande risalto perché non accade tutti i giorni vedere decine di squalifiche in una sola partita. 

Solo qualche mese fa Rovigo e Petrarca erano state le protagoniste di una combattuta finale scudetto che nei grandi organi di informazioni aveva trovato spazio, nel migliore dei casi, solo in qualche breve di poche righe (LEGGI ARTICOLO). Nulla al confronto della risonanza mediatica di questi giorni. I commenti sulla maxi squalifica, soprattutto nei social, non sono stati certo benevoli passando dalla critica feroce (“ecco cosa fanno quelli del rugby, altro che lealtà, rispetto e terzo tempo!”) all’ironia tagliente (“si sono dimenticati di squalificare il giardiniere del campo”). Inutile negarlo, il rugby italiano non ci sta facendo fatto una gran bella figura proprio nel momento in cui si stanno disputando i mondiali più seguiti di sempre

Nella secolare storia di questo sport episodi come quello di venerdì scorso se ne sono visti a migliaia. Il rugby, come citano i testi fondamentali del gioco, è uno sport collettivo di combattimento. E quando si combatte, soprattutto se entrano in ballo rivalità storiche, può accadere talvolta di andare oltre le regole. Non a caso in Gran Bretagna dicono che gli inglesi giocano a rugby perché lo hanno inventato mentre gallesi, irlandesi e scozzesi lo giocano in quanto consente di picchiare gli inglesi senza andare in galera. In Francia le sfide tra le squadre del sud, quelle a ridosso dei Pirenei, sono spesso delle battaglie torride. Nel lontano passato, parliamo degli anni ’30, i francesi hanno talmente esagerato in questi eccessi violenti da indurre le federazioni britanniche ad escluderli dal Cinque Nazioni per diverso tempo. La sfida più famosa del rugby internazionale, quella tra Nuova Zelanda e Sud Africa che si sono sempre contese la leadership mondiale di questo sport, è piena zeppa di episodi nei quali non si è andati troppo per il sottile. 

L’Italia ovale, nel suo piccolo, può vantare la grande rivalità tra Rovigo e Petrarca, una sfida che tra campionato, Coppa Italia e amichevoli si è giocata circa 200 volte dal 1948 a oggi e che rappresenta, anche se a parecchi la cosa da un po’ fastidio, un patrimonio importante del rugby italiano. Niente di speciale, quindi, se in un derby ogni tanto capiti di assistere a qualche acceso “scambio di opinione” tra i giocatori in campo, esattamente come quello di venerdi scorso. Insomma nulla di nuovo sotto il sole. Davanti a questi episodi, che vanno comunque deprecati ed evitati tanto è vero che sono drasticamente diminuiti con il passare degli anni, il rugby ha cercato di fare buon viso a cattivo gioco. Li ha accettati come un male a volte necessario, quasi uno sfogo per poi tornare alla normalità della partita. L’atteggiamento degli arbitri, infatti, è sempre stato orientato verso questa linea di comportamento punendo le infrazioni più evidenti, che riguardavano qualche giocatore, lasciando perdere sanzioni collettive

Finita la baruffa si riprendeva a giocare e tutto filava liscio. E’ sempre successo così a tutte le latitudini ovali del mondo, dal torneo più importante al campionato di livello più basso. Bisogna dire che il rugby è stato un abile operatore di marketing perché ha trasformato questa debolezza, che rischiava di dare un’immagine troppo violenta di questo sport, in un punto di forza. In sostanza è passato il messaggio che in campo può capitare di venire alle mani con un avversario, ma poi a fine partita ci si ritrova al bar a bere una birra assieme nel segno dell’amicizia. Le cose avrebbero potuto continuare così ma all’improvviso è arrivato tale Dario Merli da Jesi, un giovane arbitro della sezione di Ancona di cui comunque si dice un gran bene, che nell’anno del bicentenario del gesto con cui William Webb Ellis diede origine al rugby, ha fatto carta straccia di una consuetudine secolare. Ha deciso che il comportamento degli arbitri, dal celeberrimo Nigel Owens in giù, rispetto a una rissa, o presunta tale, era sempre stato sbagliato e che adesso toccava a lui mettere le cose a posto. 

Così, dopo i fattacci dell’amichevole, si è messo di grande impegno per redigere un referto arbitrale che è già entrato nella storia del rugby italiano e pure nell’albo dei record. Con rigoroso e severo puntiglio, facendo grande attenzione a non dimenticare qualcuno, ha elencato tutti i giocatori presenti nelle liste-gara del Rovigo e del Petrarca accusandoli, anche quelli che erano rimasti in disparte a guardare, di aver compiuto un “atto contrario allo spirito del gioco”. In caso contrario, ed ancora più grave, ha genericamente indicato in ‘tutti’ i responsabili, a quel punto si apre una riflessione. Dalla furia sanzionatoria di Merli si sono salvati solo i giocatori infortunati che se ne stavano in tribuna. Al giudice sportivo, che delibera in base al referto arbitrale, non è rimasto altro che applicare le norme previste dal regolamento e quindi sono partite le 62 squalifiche. Viene da chiedersi se il signor Dario Merli, mentre scriveva il lungo e dettagliato rapporto su quanto accaduto al Battaglini, abbia, anche solo per un attimo, pensato alle conseguenze che quel referto avrebbe potuto causare magari riflettendo sul fatto che se nessun arbitro al mondo, nemmeno il più bravo, aveva mai fatto una cosa del genere prima di lui qualche buon motivo ci doveva pur essere stato. Tra l’altro questa singolare sentenza stabilisce un pericoloso precedente. Se la nuova linea di condotta degli arbitri italiani è diventata quella stabilita da Merli al prossimo tafferuglio tra giocatori in campo, che puntualmente arriverà perché certe dinamiche nel rugby sono quasi inevitabili, dovremo aspettarci un’altra raffica di squalifiche. (LEGGI ARTICOLO)

Qualora ciò non accadesse i cattivi pensieri, cioè l’idea che la maxi punizione possa essere intesa come una bella bacchettata al Rovigo e al Petrarca per la loro ritrosia ad allinearsi al corso federale, verrebbero subito in mente. Non resta che attendere. Per il momento non si sa se giustizia sia stata fatta. Di sicuro, però, il rugby italiano si è attirato addosso una bella dose di ridicolo perché, da qualunque parte le si valutino, 62 squalifiche non hanno proprio senso. Tutti possono sbagliare, ma è meglio rimediare in fretta.

Roberto Roversi      

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