ROVIGO – Anei di Rovigo e provincia ricorda oggi gli internati militari polesani, rendendo loro omaggio con fiori e il tricolore, nel segno della memoria e del rispetto dovuto a uomini che pagarono con la libertà e spesso con la vita la fedeltà alla propria coscienza.

La legge istitutiva del Giorno della Memoria intende infatti commemorare anche gli italiani «che hanno subìto la deportazione, la prigionia e la morte» durante il secondo conflitto mondiale. Furono circa 700.000 i militari italiani che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiutarono di arruolarsi nei reparti della Wehrmacht e della Repubblica Sociale Italiana. Per questo vennero deportati in campi di concentramento e di lavoro forzato sparsi tra Germania e Polonia.
Di questi, oltre 50.000 morirono nei lager, mentre altrettanti persero la vita al ritorno in patria a causa delle malattie contratte durante la prigionia. Il loro rifiuto di continuare a combattere dalla parte sbagliata rappresentò un atto di ribellione morale e civile, rimasto però misconosciuto per oltre cinquant’anni, privandoli del giusto riconoscimento del coraggio e della dignità dimostrati.

Il sacrificio degli internati del Polesine
Furono oltre 1.200 gli Internati Militari Italiani del Polesine, appartenenti a diversi corpi: bersaglieri, fanti, artiglieri, marinai e alpini. Molti erano Guardie alla Frontiera, presenti anche nel 17° settore, dove alcuni opposero la primissima resistenza all’occupazione tedesca durante la battaglia della Caserma Italia a Tarvisio.
Altri persero la vita nei naufragi nelle acque greche, dopo essere stati imbarcati per il trasferimento coatto in Germania. Tantissimi deportati subirono violenze fisiche e psicologiche, ma seppero resistere, dando origine a quello che lo storico Alessandro Natta definì «L’altra Resistenza», un movimento spontaneo di ribellione militare di massa.
Come ricorda lo storico Avigliano, nella gerarchia dell’orrore dell’universo concentrazionario nazista gli internati militari italiani non occupano il primo posto, ma le loro deportazioni raccontano comunque un viaggio terribile: i vagoni piombati, la spersonalizzazione dell’individuo, la perdita di identità ridotta a un numero di matricola, il trattamento inumano, la fame e lo sfruttamento del lavoro.
Sepolti in terra straniera, vivi nella memoria
Numerosissimi polesani non sono mai tornati e riposano oggi in terra straniera. Oltre un centinaio ad Amburgo, poi a Kiel, Berlino e in altre località. Furono decimati da malattie, lavoro estenuante, ma anche da fucilazioni e impiccagioni.
Sono davvero sconvolgenti le prime risultanze dell’imponente lavoro di ricerca della sezione Anei di Rovigo e provincia sull’internamento dei polesani. Strazianti le lettere, i diari e le fotografie, con quei volti segnati e, sotto, una lavagna con il numero di matricola.
Il gruppo familiari Anei di Rovigo prosegue con determinazione l’impegno nel recupero di materiali e biografie, con l’obiettivo di costruire un percorso di Memoria da donare ai giovani.
Oggi quei soldati vengono ricordati non come numeri sbiaditi, ma come volti e cuori che hanno sofferto pur di non piegarsi al tradimento della propria coscienza.
Il cordoglio diventa così promessa di memoria, impegno a difendere la libertà, affinché mai più l’uomo sia schiavo dell’uomo.

















