Diego Crivellari interviene in aula consiliare sulla cittadinanza italiana per formazione scolastica e presenta mozione insieme a Palmiro Franco Tosini

ROVIGO – L’ex deputato del Partito democratico Diego Crivellari, attualmente consigliere comunale a Rovigo, ha portato all’attenzione dell’aula consiliare la questione relativa alla possibilità di conferire cittadinanza italiana, non solo per diritto di sangue, ma per diritto di scuola, un po’ come succede nello sport dove gli atleti di formazione sportiva italiana diventano italiani a tutti gli effetti ed eleggibili a componenti della nazionale italiana.

“Attualmente è depositata una proposta di legge per introdurre lo ius scholae a prima firma dell’onorevole Simona Flavia Malpezzi del Partito Democratico – ricorda Crivellari – che prevede il riconoscimento della cittadinanza italiana ai minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni di età, che abbiano completato almeno cinque anni di scuola in Italia;

La legge di riferimento sulla cittadinanza è la n. 91 del 1992, che si basa sullo ius sanguinis, cioè sulla trasmissione della cittadinanza italiana da genitore a figlio. Uno straniero può ottenerla per naturalizzazione: può richiederla dopo 10 anni di residenza legale in Italia, ridotti a 5 anni per coloro cui è stato riconosciuto lo status di apolide o di rifugiato e a 4 anni per i cittadini di paesi dell’Ue.

I figli di cittadini stranieri che nascono in Italia e vi risiedono ininterrottamente fino al compimento della maggiore età possono, entro un anno dal compimento dei 18 anni, dichiarare di voler acquisire la cittadinanza. I tempi burocratici per ottenerla appesantiscono notevolmente il percorso. I famosi o famigerati decreti sicurezza entrati in vigore nel 2018 hanno peggiorato la situazione. Oggi, infatti, sappiamo che per ottenere la cittadinanza italiana occorrono fino a quattro anni di attesa, con criteri che possono essere – in definitiva – altamente discrezionali.

Cosa rimane dopo più trent’anni? La vecchia legge del 1992 rispondeva a una logica che attualmente appare superata dai fatti, figlia di un’Italia dove l’immigrazione era un fenomeno allo stato nascente e circoscritto nei numeri. Oggi resta una legge tra le più restrittive a livello europeo. La sociologa Giovanna Zincone ha ricordato che – come tutti i paesi di grande emigrazione nel corso di Otto e Novecento – l’Italia ha favorito la trasmissione della cittadinanza “attraverso il sangue”, per mantenere un legame con i tanti emigrati italiani che vivevano e lavoravano all’estero e contribuivano allo sviluppo e all’arricchimento del paese attraverso le rimesse. Nel momento in cui siamo diventati, nel momento in cui ci siamo trasformati, ormai da qualche decennio, in un paese di immigrazione non siamo più riusciti a discutere seriamente – salvo sporadiche fiammate del dibattito pubblico – di norme che affrontassero questa nuova situazione di fatto, anche se è dalla fine degli anni Novanta, per esempio, che si parla di ius soli (cioè del diritto di cittadinanza legato al luogo di nascita).

Occorre secondo noi prendere atto di una realtà così profondamente mutata e voltare decisamente pagina. Un dato eloquente: il 70% dei giovani stranieri che vive oggi in Italia è (anche) nato in Italia. Il mondo è cambiato, la nostra società è cambiata. Uno scenario che vediamo quotidianamente, anche nella nostra città: nei quartieri, nelle frazioni, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Basta guardarsi attorno e pensare a quale società vogliamo costruire, per noi e per le nuove generazioni.

Nel corso dell’estate 2024, sull’onda dei successi delle nostre atlete e dei nostri atleti olimpici, si è finalmente tornati a parlare di riforma della cittadinanza. È stato, tra gli altri, il ministro Antonio Tajani a riaprire la questione. Cito: “Guai se abbiamo paura di concedere diritti meritati: saremmo un centrodestra oscurantista che non si rende conto dei cambiamenti della società”. In questa legislatura, tuttavia, le diverse proposte di riforma della legge sulla cittadinanza già presentate dalle varie forze politiche non sono state – a quanto ci risulta – ancora calendarizzate e discusse.

Comunque sia, lo ius scholae, nelle sue varie declinazioni, nasce chiaramente come una proposta di mediazione e di buonsenso: una proposta di mediazione che permetterebbe agli studenti stranieri di acquisire la cittadinanza dopo un ciclo di studi. E noi riteniamo francamente che i diritti fondamentali di un milione circa di giovani italiani senza cittadinanza non possono più aspettare. Le seconde e terze generazioni di immigrati si stanno già affacciando sulla scena. La parità dei diritti non si può misurare riferendosi a presunti “tratti somatici” di italianità perché il riconoscimento di una eguaglianza formale e sostanziale tra le persone è e rimane un principio basilare della nostra Costituzione.

Come ha scritto il giornalista Francesco Jori qualche settimana fa riferendosi alla situazione padovana e fotografando in maniera convincente la situazione attuale e, in particolare, i ritardi della politica: “Basterebbe comunque che i partiti, anziché rimanere asserragliati nelle proprie stanze, uscissero in strada a tu per tu con la vita di tutti i giorni, dalle scuole ai luoghi di lavoro, dai mondi del tempo libero al serbatoio del volontariato, per toccare con mano come la nostra sia diventata una realtà integrata e a colori. In questo contesto, la strada dello ‘ius scholae’ non rappresenta una fuga in avanti, ma la semplice presa d’atto dell’esistente. Prevede la concessione della cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri, o che vi siano arrivati entro il dodicesimo anno di età, che abbiano frequentato per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici. È una norma di buon senso, considerando che la scuola è il luogo di formazione per eccellenza dei futuri cittadini: in cui si parla e si impara la lingua del posto, si studiano la sua letteratura, la sua storia e le sue tradizioni, si apprendono i fondamenti della sua Costituzione e le basi dell’educazione civica. Perché negare l’ingresso a pieno titolo nella comunità nazionale a chi fa questo percorso?”.

Ci sembra una riflessione obiettiva, che guarda al futuro e all’interesse del nostro paese: non si tratta di regalare la cittadinanza, come qualcuno continua a sostenere, perlopiù in maniera propagandistica, limitandosi a inquadrare una questione epocale unicamente in termini di “sicurezza”, ma di aiutare il percorso di integrazione di coloro che qui, con noi, in mezzo a noi, vivono e studiano.

La politica, da destra a sinistra, deve avere finalmente il coraggio di adeguarsi alla società e ad un mondo in trasformazione, guardando oltre i calcoli di bottega. Deve fare un passo avanti.

Ecco perché noi pensiamo che un impegno in questo senso del Consiglio comunale, come è già avvenuto in altre parti d’Italia, possa essere un atto importante, possa soprattutto dare un segnale a tutta la nostra comunità nel segno di una maggiore integrazione e del pieno riconoscimento di diritti ampiamenti sanciti dalla Carta costituzionale. Serve adesso una spinta dal basso che dai comuni arrivi fino al governo e al Parlamento”.

I consiglieri Diego Crivellari e Palmiro Franco Tosini hanno quindi presentato una mozione per la riforma della cittadinanza per minori, il cosiddetto Ius Scholae.

Nel testo della richiesta a sindaco e giunta comunale di Rovigo si osserva che in Veneto, nel corso dell’anno scolastico 2022-2023, gli alunni con cittadinanza italiana erano 557.288, mentre quelli con cittadinanza non italiana erano 99.604.

“Questi dati mostrano una realtà regionale in cui una consistente percentuale della popolazione studentesca – compresa la realtà polesana, per lungo tempo terra di emigrazione – non ha ancora accesso alla cittadinanza italiana, nonostante il legame forte e duraturo con il territorio” affermano Crivellari e Tosini.

“In questo contesto di diseguaglianza e di evidente contrasto tra le esigenze sociali e la normativa vigente, a partire da una campagna dell’UNICEF, iniziata nel 2010 (Programma “Città amiche”, Campagna “Io come Tu”), ben 246 comuni italiani hanno deciso conferire la cittadinanza onoraria ai ragazzi e alle ragazze, figli di genitori stranieri nati in Italia, mentre più di recente molte amministrazioni locali hanno concesso la cittadinanza onoraria (o modificato il proprio statuto in tal senso) ai giovani che ne avrebbero diritto se fosse introdotto lo Ius Scholae.

I minori che non hanno la cittadinanza italiana affrontano numerose complicazioni, tra cui difficoltà nell’accesso a borse di studio, limitazioni nel partecipare a concorsi pubblici, e incertezza riguardo al loro status legale una volta raggiunta la maggiore età. Queste difficoltà possono limitare significativamente le opportunità educative e lavorative di questi giovani, nonostante la loro formazione e integrazione nella società italiana”.

Per tutti questi motivi la mozione vuole impegnare il Sindaco e la Giunta comunale di Rovigo a sollecitare formalmente il Governo e il Parlamento affinché venga esaminata e approvata una riforma della legge sulla cittadinanza, che includa il principio dello Ius Scholae, riconoscendo il diritto alla cittadinanza ai minori stranieri nati o arrivati in Italia in giovane età, che abbiano completato almeno un ciclo scolastico di cinque anni nel nostro Paese, oltre che collaborare con altre amministrazioni locali e associazioni per sostenere campagne nazionali che richiedano una modifica della legge sulla cittadinanza”.

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