ROVIGO – Julie Bego, rodigina, amante della scrittura e appassionata di lettura, è giunta finalista al concorso letterario Epistole Amorose, giunto alla seconda edizione, e organizzato organizzato dal Centro Culturale Studi Storici “Il Saggio” Eboli (Sa). Le opere finaliste, giunte da ogni parte d’Italia, sono state selezionate per essere inserite in una Antologia edita dalla omonima Casa Editrice diretta Giuseppe Barra, cavaliere della Repubblica che, dalla sua data di fondazione nel 1988, si conferma essere una fra le più importanti in Campania, con le sue oltre mille pubblicazioni attive.
La raccolta è stata curata Curata da Any Guruianu di Manfredonia, Michele Cicatelli di Olevano sul Tusciano (SA) ed Ester Pepe. La lettera inviata dalla nostra concittadina, è un ricordo, e allo stesso tempo, un omaggio, rivolto a una persona importante nella sua vita, scomparsa ormai anni or sono, ma ancora viva in un angolo speciale del suo cuore dedicato ad un ricordo sereno.
Classe 1973, Julie Bego è autrice di molti racconti che si sono classificati ai primi posti di concorsi locali e nazionali, fra cui, nel 2017, il Concorso Letterario Trichiana che vide come Presidente di Giuria lo scrittore Antonio Scurati con un elaborato che riportava alla vita la memoria del suo prozio, Pietro Boschetti, la cui vita fu spezzata, giovanissima, come quella di intere generazioni, nelle sanguinose fasi del primo confitto mondiale. È inoltre autrice di un racconto che nel 2023 ha ottenuto il primo premio nell’importante cornice della Sala Zuccari, alla Presidenza del Senato, dedicato al mondo delle patologie rare.In passato stata finalista all’Archivio Diaristico Nazionale con ospite d’eccezione, il regista Nanni Moretti.
Sotto, alcuni stralci della lettera inserita in Antologia
“…E mentre ieri sera tormentavo pile di coperte inquiete, arricciandole del peso di una notte statica, priva del beneficio di sonnecchianti palpebre ristoratrici, pensavo ai misteri arcani del tempo e riflettevo sulle caselle dei calendari, concentrandomi sui numeri, e mi chiedevo, oh se me lo chiedevo, qual era stato quel momento, quel preciso istante nel continuum spazio temporale, in cui mi ero alzata dal sonno un mattino rosato di tanti anni fa, secoli ormai, decidendo di abolire le rime in poesia, dal racconto dei miei giorni terreni, e quando mai doveva essermi capitato, di aver escluso il romanticismo dalla mia vita, vietandolo come un qualcosa di turpe, dozzinale al pari della più squallida delle oscenità…”
“Certe volte mi metto alla guida della mia macchina. Dovresti conoscerla perché il giorno in cui mi è arrivato quel borbottante macinino da caffè, sono immediatamente passata a mostrartelo, e avrei anche giurato di aver scorto della luce in tutto quel buio che ti circondava, come se in fondo, tu te la stessi ridendo per quel colore azzardato e quel volante da coccinelle, adatto sicuramente più alle vestigia di un’adolescente acerba, che ai capelli grigi di una donna, resa saggia dagli anni, e temprata dall’età. Tuttavia, il mondo è già così plumbeo di suo, in questo frammento storico dell’esistenza, che ho pensato fosse addirittura un compito etico imprescindibile, tentare di dipingerlo con le tavolozze più accese di cui io conservassi memoria, cercando di trasformarlo in un vangoghiano campo biondo di grano, sorpreso dal sole giallo, di un’epica estate abbagliante. Non fosse altro, che per regalare sorrisi, a chi ha perduto la capacità di piegare gli angoli della bocca all’insù, anziché storcerli pietosamente verso il basso, quasi attratto al suolo dalla forza di gravità terrestre.
Certe volte mi metto alla guida della mia macchina. Dovresti conoscerla perché il giorno in cui mi è arrivato quel borbottante macinino da caffè, sono immediatamente passata a mostrartelo, e avrei anche giurato di aver scorto della luce in tutto quel buio che ti circondava, come se in fondo, tu te la stessi ridendo per quel colore azzardato e quel volante da coccinelle, adatto sicuramente più alle vestigia di un’adolescente acerba, che ai capelli grigi di una donna, resa saggia dagli anni, e temprata dall’età. Tuttavia, il mondo è già così plumbeo di suo, in questo frammento storico dell’esistenza, che ho pensato fosse addirittura un compito etico imprescindibile, tentare di dipingerlo con le tavolozze più accese di cui io conservassi memoria, cercando di trasformarlo in un vangoghiano campo biondo di grano, sorpreso dal sole giallo, di un’epica estate abbagliante. Non fosse altro, che per regalare sorrisi, a chi ha perduto la capacità di piegare gli angoli della bocca all’insù, anziché storcerli pietosamente verso il basso, quasi attratto al suolo dalla forza di gravità terrestre.”
“La verità, caro G, è che qui, ben lungi dal possedere il dono dell’onniscienza, non abbiamo un’idea precisa, su come si festeggino i compleanni, in quello squarcio lontano di cielo, dove ti sei ritrovato a non vivere tu, ma noi, imperterriti, abbiamo soffiato fiotti di vento caldo su quelle fiammelle vitali, sorseggiando frizzanti bolle gialle di vigna in tuo onore, e innalzando coraggiosi applausi, a un ospite privo di occhi per vedere, così come di orecchie per poter apprezzare la nostra, accorata, voglia di festeggiamenti. Eppure, battevamo le mani talmente forte, da farci convinti che il reverbero ti avrebbe raggiunto ovunque tu fossi, espandendosi come i cerchi concentrici nell’acqua, dopo il tonfo sordo di un sasso scagliato sulla superficie.”


















