Chi c’era a Villa d’Adige (Rovigo) s’è divertito partecipando al sano recupero di un’antica tradizione legata all’economia rurale, interrotta solo dal Covid
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VILLA D’ADIGE (Rovigo) – Domenica 11 settembre a Villa d’Adige (ma per tutti i residenti rimane l’antico toponimo Villabona), nell’ambito parrocchiale, c’è stata la festa della pigiatura. Poca gente, niente effetti speciali né clamore mediatico ma chi c’era s’è divertito partecipando al sano recupero di un’antica tradizione legata all’economia rurale, interrotta solo dal Covid. Da sempre, del resto, la vita in campagna è scandita dai ritmi stagionali, senonché oggi siano alterati dagli innegabili cambiamenti climatici. Quest’anno, mi spiegano, a causa dei un’estate anomala e siccitosa la vendemmia è già cominciata con largo anticipo sui tempi canonici. 

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Effettivamente in questa data la pigiatura appare prematura ma tant’è che all’ombra del campanile nel pomeriggio inoltrato, un gruppo di volonterosi parrocchiani ha inscenato il rito della Pigiatura sotto l’egida del parroco don Guido Varalta. In modo semplice ma divertito, figlio della tradizione, questo rituale evocala poesia e l’altissimo valore antropologico dell’attività agreste. Anche se il mondo cambia velocemente nel vino sopravvive infatti il legame indissolubile con le radici e il passato.  

Esperti vignaioli o no, comunque due volenterosi sono entrati nel tino a pigiare l’uva appena colta, mentre altri in cucina si prendevano cura della preparazione dei “sugoi” in diverse versioni (bianchi, misti, zuccherati e no) da somministrare ancora caldi ai presenti.

Alla festicciola c’era anche un Villabonese doc: don Graziano Milanello (figlio dell’indimenticato Ludovico, bidello delle scuole elementari).

 Per una volta, anche senza autorità o rappresentanti di partito, bancarelle e business la festa contadina c’è stata grazie ai volenterosi parrocchiani.  Qualcuno invero ha commentato: “Meglio così”. Già questo fa notizia, in un mondo che pare essere mosso solo da interessi economici e sete di potere, come ha rilevato la pigiatrice Rina Crivellente. Insomma per un pomeriggio si è respirata quell’aria sana dei riti contadini di un tempo.

Un caloroso corale applauso ha salutato a fine pigiatura l’uscita della “graspia”, detta anche “vin piccolo” o  “el vìn dei pitòchi” (il vino dei poveri), cioè quello a bassa gradazione da bere ogni giorno solo per due mesi e che si usava anche per fare le verze in composta, una specialità un tempo apprezzata.

Ugo Mariano Brasioli

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