In molti nella sala Soffiantini dell’abbazia di Badia Polesine (Rovigo) per rievocare in un “amarcord” collettivo Giovanni Beggio che ha lasciato vividi ricordi, non solo culturali 
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BADIA POLESINE (Rovigo) – Mercoledì 17, nonostante un poderoso nubifragio, molti sono convenuti nella sala Soffiantini dell’abbazia per rievocare in un “amarcord” collettivo “quel professore” che ha lasciato vividi ricordi, non solo culturali, ai reduci della stagione che nel dopoguerra contribuì alla rinascita di Badia.

L’occasione è stata offerta dalla distribuzione gratuita della monografia “Giovanni Beggio, la polenta e altri scritti” (Nuova edizione rivista e accresciuta).

Già presentata nel 1999 alla 16^ Festa regionale della polenta di Villa d’Adige come prima “impresa” editoriale dell’Istituto ISERS, la pubblicazione venne presto esaurita senza che ci fossero le condizioni per una ristampa. Queste sono state le premesse che hanno spinto Livio Zerbinati a ripresentarla “arricchita”, per i debiti culturali verso Giovanni Beggio, “…anche perché nel frattempo quei debiti sono aumentati”.

Nella nuova proposizione il professore assume un respiro più ampio, per cui la polenta (di cui è stato il cantore) è divenuta il pretesto per rievocare la memoria di un Polesine che non c’è più

Fra i relatori, oltre Livio c’erano Giorgio Paolo Aguzzoni e l’immancabile Fabio Ortolan, della “Venerabile confraternita della polenta”, custode della bibbia culturale sul mais.

Beggio, è stato ricordato, come ricercatore e studioso, autore di molte ricerche finalizzate alla memoria collettiva, fino alla sua opera più impegnativa, pubblicata postuma: il Vocabolario polesano. Il dialetto, di fatto, è una lingua parlata che nasce e che muore con il mutare delle consuetudini e in cui vi si legge la descrizione del mondo forse perduto della civiltà contadina.

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Chi ha conosciuto il professore, difficilmente può restare indifferente alla poesia che filtra dalle sue parole, dalle descrizioni piane e leggere, quasi fiabesche che emergono nei suoi quadri narranti “…tanto che sembra di vedere e sentire cose e sapori da lui descritti”.

Aguzzoni, nello specifico, ha ricordato quando assessore comunale a Badia Polesine, nel febbraio del 1990, curò con altri studiosi il libro “Giovanni Beggio – Florilegio degli scritti”, di quasi 500 pagine.

II professore, come ha ricordato Paolo, era un grande comunicatore capace di trasmettere con la storia, il gusto per le piccole, grandi cose della tradizione locale, che altro non sono che i tasselli della nostra memoria. Fu promotore e animatore culturale e partecipò a numerosi progetti finalizzati alla valorizzazione della memoria locale. Fu, fra l’altro, uno dei fondatori del Sodalizio Vangadiciense.

Fra i presenti, oltre al figlio Antonio Beggio, c’erano Piergiorgio Bressan che collaborò a quel florilegio e Valentino Tramarin che ha curato nel 1999 le pagine “Polenta: gloria Villabonese!”

Pretendere di spiegare la storia gloriosa della polenta in un articolo è pressoché impossibile. Vero è che Villa d’Adige (già Villabona), secondo documenti che non ammettono dubbi,  è stata la prima culla italiana della polenta (1554) e non saremo certo noi a porre in dubbio quanto scrissero  il Messedaglia o il Ramusio. “Noi Polesani i primi polentoni” che rovesciando i termini della culinaria diciamo: “polenta e baccalà”, piuttosto che “polenta e osèi”. Cioè, prima la polenta, poi il resto. Onore al libro dunque e gloria alla polenta.

Per la cronaca, causa il maltempo, la successiva degustazione prevista presso la ghiacciaia è stata rimandata.

Ugo Mariano Brasioli

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