Giovanni Montemauri, al Lanfranchi di Parma, ha realizzato il drop numero 393 della storia della FemiCz Rovigo 

ROVIGO – Quello realizzato da Giovanni Montemauri a una manciata di secondi dal termine della finale-scudetto con il Petrarca, regalando in pratica il tricolore ai rossoblù, è stato il numero 393. Parliamo dei drop messi a segno dal Rovigo nel corso delle 1.676 partite disputate nel massimo campionato. E’ stato anche l’unico realizzato quest’anno. Nel campionato scorso la FemiCZ Rovigo non ne aveva marcato nessuno. Spesso il drop è considerato una segnatura di ripiego, un qualcosa da tentare quasi per disperazione quando non si ha nessun’altra alternativa. Invece il drop di Montemauri ha dimostrato che è vero il contrario. Quell’azione, preparata e sviluppata con lucidità nonostante si fosse negli ultimi minuti di una finale tiratissima, ha visto il pack rossoblù recuperare un prezioso pallone vicino ai “22” del Petrarca e impostare alcuni avanzamenti che avevano l’obiettivo di spostare il punto d’incontro verso il centro del campo. Quando Bazan Velez ha capito che era arrivato il momento giusto (difesa del Petrarca che retrocedeva, possibilità di una trasmissione pulita, Montemauri in posizione di “sparo”) ha fatto partire un passaggio preciso e veloce che l’apertura romana ha raccolto prima di coordinarsi e spedire l’ovale tra i pali. Tutto molto bello, avrebbe detto Bruno Pizzul. 

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Il drop ha tante anime ed è un peccato che in questi ultimi anni si sia persa l’abitudine a farne uso. Il calcio di rimbalzo è una marcatura anomala perché l’avversario lo subisce con un senso di impotenza. Una meta la puoi fermare con un placcaggio o con l’organizzazione difensiva, un penalty lo puoi evitare con la disciplina. Contro il drop, invece, non ci sono molte armi a disposizione. E’ una soluzione che le squadre, però, spesso dimenticano di avere. Come ha fatto il Petrarca nella finale di Parma dove ha cercato in tutti i modi di scardinare la difesa rossoblù cercando ostinatamente la via della meta senza che a nessun bianconero passasse per la testa l’idea che il drop potesse essere una valida alternativa. Non dimentichiamo che due finali mondiali (1995 e 2003) sono state decise ai supplementari da due calci di rimbalzo. 

Il primo giocatore del Rovigo a spedire tra i pali un drop è stato, manco a dirlo, Maci Battaglini durante un Rovigo – Parma del 17 marzo 1946 giocata al Tre Martiri e finita con i rodigini vincenti per 33 a 8. All’epoca il drop valeva 4 punti. Con i palloni e i campi di allora non doveva essere facile effettuare un calcio di rimbalzo eppure in quel Rovigo dei pionieri erano in diversi a cimentarsi in questa particolare abilità, primo tra tutti “Topa” Milani. I suoi non erano drop studiati, ma frutto dell’istinto e dell’intuizione. Nella sua carriera in rossoblù ne ha messi a segno ben 16, un numero elevato se si tiene conto che le partite di quei campionati finivano con risultati molto striminziti. 

Ottimi “droppatori” nella storia rodigina sono stati Romano Bettarello e Angelo Visentin, entrambi a quota 26 centri. Il primo a superare i 30 drop con la maglia rossoblù è stato Stefano Bettarello (31 per la precisione). Ma chi a Rovigo ha mostrato come il drop potesse essere un’arte balistica sublime fu Naas Botha, tra i migliori al mondo di sempre, se non il migliore, nell’esecuzione di questo gesto tecnico specifico. Nella sua carriera ha segnato 280 drop, un numero mostruoso, dei quali 23 realizzati nei 28 match giocati con gli Springboks. A Rovigo ne ha messi a segno 74 in 119 partite. Non se la cavava male anche un altro sudafricano protagonista di tante stagioni in rossoblù, Stefan Basson, autore di 29 calci di rimbalzo. Dimenticandone sicuramente parecchi, abbiamo scelto di ricordare alcuni drop che sono entrati a far parte della memoria rossoblù. Nel 1978/79 la cavalcata verso il nono scudetto iniziò con la vittoria nel derby con il Petrarca all’Appiani. Nella ripresa a decidere le sorti dell’incontro fu un drop di Stefano Bettarello che all’improvviso, dopo aver fintato un’apertura al largo, rientrò all’interno e trovò la coordinazione per un calcio di rimbalzo che regalò la vittoria al Rovigo per 9 a 7. 

Sempre di pura intuizione fu il drop di Naas Botha nella “bella” di semifinale del 1987/88 al Battaglini, ancora contro il Petrarca. Il Rovigo era in vantaggio, ma il risultato stava in equilibrio. Botha ricevette il pallone poco oltre la metà campo, a circa 50 metri dai pali dei bianconeri. Il “biondo”, quasi da fermo con l’eleganza e lo stile che lo distinguevano, lasciò partire una bordata che finì dritta in mezzo ai pali avversari affossando definitivamente le speranze di rimonta dei padovani. Nella storia rossoblù, però, non ci sono stati solo drop decisivi, ma anche quelli curiosi e strani. Uno di questi è stato sicuramente quello realizzato da Nino Rossi in un derby al Battaglini (c’è sempre il Petrarca di mezzo!) nella stagione 1978/79. Sul risultato di 9 a 4 per il Rovigo l’ovale finì tra le mani di Rossi appena dentro l’area dei “22” bianconera in posizione centrale. Non ci pensò un attimo: drop. Per Rossi non era un gesto tecnico abituale anche se qualche tentativo lo aveva fatto in precedenza con esiti abbastanza sconfortanti. Tanto che un dirigente della società lo stuzzicò: se segni un drop ti regalo una bicicletta. Il pallone calciato da Rossi si alzò a fatica, quasi di controvoglia, ma ebbe la forza sufficiente per superare la traversa. Nella sua carriera Rossi ha segnato 114 mete, alcune spettacolari e altre decisive, ma ancora oggi molti lo ricordano per quel drop sbilenco e per la scommessa della bicicletta. 

Tra i 393 drop segnati dal Rovigo in Serie A ce n’è anche uno farlocco. E’ quello attribuito ad Angelo Visentin durante un Rovigo-Aquila di metà anni ’70. Da un’azione in attacco dei rossoblù Visentin si ritrovò l’ovale tra le mani a circa 25 metri dai pali aquilani, in posizione leggermente decentrata. Il mediano di mischia rodigino vide lo spazio per tentare il drop e non si lasciò sfuggire l’opportunità. Solo che il pallone uscì quasi strozzato dal suo piede destro. La traiettoria era buona, ma la potenza appariva debole. L’ovale accarezzò la traversa e Visentin alzò le mani al cielo convinto di aver segnato. L’arbitro, il piacentino Tavelli, indicò subito il centro del campo convalidando la marcatura. In realtà quel pallone passò, sia pure di pochissimo, sotto la sbarra e giustamente gli aquilani protestarono. Tavelli, però, rimase irremovibile. A trarlo in inganno fu il gesto di Visentin, unanimemente riconosciuto come uno dei giocatori più corretti del campionato: come non fidarsi della sua esultanza?      

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