ROVIGO – Nessun genitore dovrebbe sopravvivere alla morte di un figlio, un lutto straziante e tremendo, soprattutto se la richiesta di verità viene negata.
E’ quanto successo al rodigino Roberto Magaraggia ed alla moglie Lucia Picanza che, in 3 ore dall’accesso al pronto soccorso dell’ospedale di Rovigo, si sono ritrovati con un figlio deceduto alle 21.55 del 30 ottobre 2020.
Tragedie del genere succedono, ed i genitori lo sanno, ma è stato fatto tutto il possibile per salvare il giovane? La domanda è legittima e semplice, e mai come in occasione di un lutto così inaspettato la ricerca della verità diventa importante.
Comincia quindi una manifestazione pacifica che vedrà impegnato il padre Roberto tutti i giorni davanti all’ingresso del Tribunale di Rovigo, con l’obiettivo di rendere pubblico il contenuto del fascicolo d’inchiesta, archiviata definitivamente qualche giorno fa dopo l’ultima opposizione della famiglia (LEGGI ARTICOLO), sulla morte del figlio Giacomo per eventuale negligenza del medico che l’ha preso in cura.

“A seguito della improvvisa morte di mio figlio Giacomo, il medico del pronto soccorso che si è occupato di lui ha chiesto alla famiglia di disporre l’autopsia sul corpo dello stesso, posto che dopo ore dal ricovero non era stato possibile comprendere quale potesse essere la causa della morte di un giovane e sano ragazzo” afferma nel primo comunicato Roberto Magaraggia.
“Dall’autopsia è emersa la causa della morte, una pericardite mai ipotizzata dai sanitari e non diagnosticata. Non solo.
In un referto consegnato alla nostra famiglia era contenuta una frase talmente grave, quanto falsa ed infamante, da lasciarci sgomenti.
Ecco la frase: “notizie cliniche riferite dal fratello della vittima al medico del pronto soccorso e non confermate: abituale uso di insulina ed anabolizzanti, saltuario uso di droghe come cocaina e cannabis“.
Questo è da intendersi come atto redatto da un ufficio della regione Veneto, ad opera di pubblici ufficiali.
In pratica mio figlio Alberto avrebbe chiamato il medico del pronto soccorso per riferirgli tali informazioni sul fratello Giacomo. Il medico infatti le ha comunicate all’anatomopatologa mentre svolgeva l’autopsia.
Come dimostrato dai tabulati telefonici che abbiamo richiesto ed ottenuto e che sono depositati in atti quella telefonata non c’è mai stata, anche perché non corrispondente al vero quanto sopra riportato. Giacomo era una persona sana che non faceva uso di alcuna sostanza.
Come comprenderete da quando pubblicherò, questa era la fantasiosa supposizione che passava per la testa del medico che nulla aveva compreso sulla vera natura della causa del decesso. Una pericardite.
Provate a mettervi nei nostri panni: come reagire a questa infame, falsa, indecente, mostruosa e terrificante sfrontatezza, dopo lo straziante dolore già patito?
Dopo attimi di incredulità, rabbia e disperazione, abbiamo deciso di rivolgerci ad un potere dello Stato, la magistratura, per vedere tutelati i nostri diritti di cittadini e di nostro figlio che non poteva più difendersi.
La nostra richiesta di giustizia si è infranta per l’incompletezza delle indagini, obbligo di una magistrato e diritto della vittima. Dopo circa un anno di zero investigazioni ci hanno pensato i nostri legali a sopperire a tali mancanze, grazie alle indagini difensive, che hanno finalmente fatto emergere nome e cognome del responsabile: il medico del pronto soccorso che aveva curato Giacomo.
A questo punto pensavamo che il pubblico ministero verificasse quanto emerso. Niente!

Due anni di stasi, interrotti dal mio sciopero della fame (LEGGI ARTICOLO), che ha portato ad una richiesta di archiviazione immediata (LEGGI ARTICOLO).
Speravamo, dopo la nostra opposizione, che almeno un giudice accertasse e verificasse tali fatti. Incredibile, sette mesi di attesa per leggere il provvedimento del Gip che in poche righe avalla il pubblico ministero senza confutare gli atti del nostro avvocato, Gianni Morone, che aveva smontato il contenuto della richiesta di archiviazione.
È un loro diritto dire così? Certo, per loro non è un reato. La responsabilità del “signor nessuno” nonostante l’esistenza di quel gravissimo referto.
Ora, dalle stanze di via Verdi, il fascicolo diventerà pubblico come mi ero impegnato di fare. Solo così capirete ciò che abbiamo dovuto subire in questi tre anni dagli uffici della magistratura di Rovigo.
Nutriamo rispetto, per nostra formazione culturale, per i tanti magistrati che si adoperano per svolgere con impegno e diligenza il loro compito. Come per le sentenze, quando sono correttamente motivate, non però per quelle che ritengo inaccettabili.
Lo affermo non per partito preso, perché vogliamo avere ragione, ma, vi assicuro, in questo caso la giustizia c’è stata negata” conclude Roberto Magaraggia accompagnato dalla moglie.
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