Luca Baldissara professore associato di Storia contemporanea Università di Bologna è tornato a Badia il 30 aprile scorso, dopo ventisei anni

BADIA POLESINE (Rovigo) – Nell’ottantesimo anniversario della liberazione, possiamo immaginare l’Italia senza il 25 aprile? Luca Baldissara professore associato di Storia contemporanea Università di Bologna ne è convinto e afferma: “Il 25 aprile è una festa civile fondativa dello spirito repubblicano”.

Baldissara tornato a Badia il 30 aprile scorso, dopo ventisei anni, chiamato in sala Soffiantini dell’Isers di Livio Zerbinati, ha affrontato storicamente gli antefatti e le conseguenze degli eventi ricordati nell’ottantesimo anniversario della liberazione. “È importante riflettere sul significato storico di quella data, tuttora incondivisa da certa destra illiberale ma che per decenni ha rappresentato uno spazio di legittimazione per le culture politiche che avevano traghettato il paese dalla dittatura alla democrazia”, sostiene il professore, tanto più oggi che dopo l’implosione del sistema dei partiti negli anni novanta, si cerca di declassarla ad una generica e asettica “festa della libertà”.


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Dalla “chiacchierata” in sala Soffiantini, così come nel suo libro sul 25 aprile che racconta “La storia politica e civile di un giorno lungo ottant’anni”, emerge chiaramente che il movimento partigiano non ha vinto alcuna guerra contro gli eserciti ma sul piano civile, etico e morale costituisce l’essenza stessa del riscatto finale, dell’antifascismo militante.

È anche chiaro, – ha sostenuto il professore – che nel 1945 si determinò un nuovo ordine mondiale scaturito dagli eventi bellici. Oggi però per una serie di fattori quell’ordine è in crisi, per cui le democrazie nate in quel periodo storico manifestano un certo affanno. Ecco che questo ottantesimo ci invita a riandare alla storia repubblicana, non affidandoci alla memoria che di per sé evoca sempre qualcosa di distorsivo. Sappiamo infatti che la memoria per definizione ricorda ma anche cancella, non solo ma il ricordo della memoria è filtrato dall’esperienza personale. La storia invece ci obbliga a fare i conti col passato e a fare uno sforzo di comprensione. Allora scopriremmo che il 1945 fu sì la fine della guerra e la liberazione ma segnò anche la riunificazione dell’Italia, dopo i fatti dell’8 settembre 1943, la guerra civile ed un nuovo inizio pieno di promesse”.

Il professore ha però invitato a considerare come la parola “democrazia” sia affascinante ma vaga, come si dimostrò in quella che negli anni trenta non seppe ostacolare l’ascesa del fascismo. “Democrazia liberale” è una parola che va riempita di contenuto per avere sostanza e significare partecipazione, libertà d’idee e rappresentare l’habitat del dialogo civile e del rifiuto della guerra.

“Ecco che il 25 aprile, che nella legge istitutiva del 1949 celebra la gloriosa insurrezione partigiana, – ha sottolineato Baldissara – ci aiuta a ridare senso a quella storia di liberazione che consentì all’Italia distrutta dalla guerra con un numero di vittime civili mai visto prima, di non subire l’umiliazione comminata dai vincitori alla Germania (divisa e occupata)”. 

Interrogando quella storia emerge dunque come il movimento insurrezionale e resistenziale che contribuì alla liberazione dal nazifascismo non abbia esaurito la propria funzione, e che quella data resta un simbolo di coscienza per chi creda nei valori di libertà, contro il rigurgito di nuove tendenze revansciste ed antidemocratiche.

Ugo Mariano Brasioli

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