Il Comune: “Non è ipotermia, cause naturali. Faremo tutto il possibile per garantirgli dignità”

ROVIGO – C’è finalmente un nome dietro alla storia che nelle ultime ore ha colpito Rovigo: Henriques Kevin, nato il 20 luglio 1985, cittadino spagnolo, è l’uomo trovato senza vita sabato mattina nel suo rifugio di fortuna vicino alla ferrovia, in via dello Zuccherificio (LEGGI ARTICOLO). Aveva 39 anni.

Le prime informazioni parlavano di un possibile decesso legato alle temperature rigide della notte. Una ricostruzione smentita dall’assessora al Sociale del Comune di Rovigo, Nadja Bala, che ha fatto chiarezza dopo aver ricevuto gli aggiornamenti sanitari.

Non è morto per ipotermia – precisa l’assessora – ma per cause naturali connesse alle sue patologie. Era una persona fragile, con un quadro clinico complesso, aggravato purtroppo da una vita non regolare. La notizia ci addolora profondamente”.

Un percorso di assistenza già attivo

Il Comune, spiega Bala, non lo aveva lasciato al margine burocratico: “Avevamo già predisposto per lui una residenza fittizia in ‘via dei Senza Fissa Dimora’, per consentirgli l’accesso ai servizi sanitari. Era seguito dal punto di vista clinico e aveva contatti regolari con le strutture sanitarie”.

La sua presenza in città era discreta, nota ai servizi ed agli operatori di strada che da tempo tentavano di offrirgli sostegno.

Ora il tentativo di rintracciare la famiglia

L’amministrazione sta ora cercando di rintracciare eventuali parenti. “Siamo in contatto con la figlia residente in Spagna con la quale gli educatori avevano in passato cercato di aiutarlo a ricongiungersi – conferma Bala – e attendiamo risposte”.
Se non dovesse emergere alcun interesse o disponibilità da parte dei familiari, sarà il Comune a farsi carico degli adempimenti necessari al trasferimento della salma o, in alternativa, ad assicurare un funerale sociale a Rovigo, come previsto per le persone prive di mezzi.

Una morte che interroga la città

La vicenda di Henriques Kevin, morto solo in una casetta da giardino adattata a riparo, continua comunque a interrogare. Non per una colpa della città, ma per la ferita che lascia ogni storia di fragilità estrema: la vita vissuta sul bordo, l’assistenza che c’è, ma non riesce a cambiare la traiettoria, il limite di ciò che i servizi possono fare quando le ferite personali e sanitarie sono troppo profonde.

Rovigo, ancora una volta, si trova a misurarsi con la parte più invisibile della propria comunità. E a ricordare che dignità e vicinanza non dovrebbero mancare a nessuno, nemmeno quando la vita si fa così silenziosa da scivolare oltre il gelo senza che nessuno se ne accorga.

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