Fu uno dei principali testimoni del docufilm “Dino”, che narra la vita e le opere del padre nobile del rugby a Rovigo, farmacista e scrittore, uomo di sport e cultura
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ROVIGO – Venerdì 31 luglio nella Chiesa di San Bortolo l’ultimo saluto al farmacista Francesco Lanzoni, mancato all’età di 77 anni.  Era membro del Consiglio direttivo del Panathlon club Rovigo, e socio attivo del Circolo di Rovigo. Un grande appassionato di sport e uomo di cultura. Francesco Lanzoni era il nipote di “Dino” Lanzoni, lo storico pioniere e figura simbolo del rugby a Rovigo, a cui è intitolata la tribuna ovest dello stadio Mario Battaglini.

Era socio anche della associazione Autori polesani ed era appassionato di scrittura, aveva pubblicato anche alcuni libri. Uno di questi, 2 anni fa, era stato presentato proprio al Circolo di Rovigo. La città di Rovigo gli ha reso omaggio, in Chiesa a San Bortolo nutrita rappresentanza del mondo dello sport cittadino ed autorità. 


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Molti i volti noti presenti, tra cui il vicesindaco ed assessore allo Sport Andrea Bimbatti, Paolo Avezzù presidente del Circolo di Rovigo ed ex sindaco del capoluogo polesano, il presidente del Panathlon club Rovigo, Lello Salvan con diversi soci, il past president del service rodigino Gianpaolo Milan, l’ex presidente della Provincia di Rovigo, Federico Saccardin, Francesco Noce presidente dell’Ordine dei Medici, e l’ex rossoblù Nino Rossi.

Francesco Lanzoni lascia la moglie Fiorenza, la figlia Sarah con David e l’amato nipote Elia.

Il ricordo

Conobbi personalmente Francesco Lanzoni (foto gentilmente concesse dalla Famiglia Lanzoni) nell’inverno 2014, dato che fu uno dei primi ad associarsi a Mondovale, l’associazione nata per raccogliere, conservare e rendere di dominio pubblico i documenti della storia ovale della città. Era uno dei soci più entusiasti del progetto, spesso propositore di iniziative ed idee, gentile e disponibile. E poi, insieme al cugino Maurizio, figlio di Dino Lanzoni, fu uno dei principali testimoni del docufilm “Dino”, che narra la vita e le opere del padre nobile del rugby rodigino.

Francesco Lanzoni il giorno della sua laurea all’Università di Bologna coi genitori il fratello minore Ferruccio e due amici. Da destra: Alberto Mario Lanzoni, Maria Pavarin, Francesco Lanzoni, Ferruccio Lanzoni, due amici (foto gentilmente concesse dalla Famiglia Lanzoni)

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Durante le ricerche per il libro “Li chiamarono Bersaglieri” (LEGGI ARTICOLO), approfondii le mie relazioni con i due cugini, Maurizio, uno dei figli di Dino Lanzoni e appunto Francesco, figlio di Alberto Mario, fratello minore di Dino, anche in virtù del fatto che, in contemporanea, emergevano via via dalla ricerca le vicende dei due fratelli ed affioravano le imprese sportive del padre di Francesco, Alberto Mario, che la stampa locale dell’epoca definiva uno degli atleti polesani più promettenti in chiave nazionale nell’atletica leggera. Inizialmente Francesco sembrava quasi schernirsi quando sottolineavo le virtù atletiche del padre che, a mio parere, erano state forse poco considerate nella tradizionale narrazione sui pionieri della palla ovale. Mi colpì molto quell’atteggiamento, che traspariva dalle parole e dai toni, frutto di umiltà e discrezione delle cose di famiglia.

In seguito, tanto più fornivo a Francesco dettagli e precisi riferimenti sulla molteplice attività sportiva del padre quanto più lui si inorgogliva e si lasciava andare nei ricordi delle vicende vissute da Alberto Mario in quegli anni “in cui tutto nacque e prese forma”. Fino a rivelare le incredibili peripezie di Alberto Mario per tornare a casa dopo l’armistizio di Cassibile del 1943. Vicende incredibili del resto vissute da quasi tutti quei ragazzi che hanno fatto nascere il rugby rodigino durante il regime fascista, sopravvivendo durante gli anni bui della guerra e mantenendosi vivo negli anni persino peggiori del primo dopoguerra.

Così, grazie a queste relazioni incrociate e in continuo aggiornamento, la ricerca approdò a definire un quadro più completo del ruolo dei due “famosi” Lanzoni, nella storia dello sport e del rugby rodigino. Alberto Mario si mise in luce nelle cronache sportive già nel 1934, appena 17enne: fu una sorta di tornado per la Rovigo sportiva dell’epoca (che viveva sugli allori di Tullio Biscuola, Lotario Monti e qualche calciatore), dato che primeggiava nei concorsi di atletica leggera, era un ottimo giocatore di pallacanestro, disputava i tornei interscolastici di calcio e pallavolo e per di più fu uno dei primi giocatori del Circolo del tennis di Rovigo e del torneo di settembre. Nel 1935 Alberto Mario continuò la sua crescita tecnica, come riportato dal Gazzettino il 16 luglio 1935: “Ha destato impressione Mario Lanzoni, del fascio giovanile di Rovigo: i suoi 11”8 sui 100 piani, 45,30 m nel giavellotto, 11,83 m nel getto del peso, 5,40 m nel salto in lungo, stanno ad indicare che il giovanissimo atleta si avvia ad essere qualcuno anche in campo nazionale come pentatleta”.


Alberto Mario nel lancio del peso ai Littoriali di Torino, maggio 1940

Per non parlare della continuità sportiva, perché Alberto Mario, a differenza di Dino, che abbandonò molto presto la pratica per dedicarsi all’organizzazione del rugby rodigino, continuò ad eccellere fino al conseguimento della laurea a Ferrara, il 14 giugno 1940 (il giorno dopo la laurea del fratello Dino a Bologna) e alla frequenza del corso allievi ufficiali dell’estate 1941.

E il rugby? Il rugby era un tabù per Francesco, il padre di Dino e Mario: i due giocavano spesso sotto falso nome, ma questo lo hanno sempre saputo tutti gli amanti del rugby rodigino. Tuttavia Alberto Mario risultò effettivamente in formazione il 13 novembre 1938 nell’amichevole in laguna con la Gil Venezia, battuta 24-3, con due sue mete. Nel rugby appartengono ad Alberto Mario, e non a Dino, alcuni record storici: Mario fu in campo nella prima partita disputata dalla squadra di Rovigo nel campionato di serie A, il 24 novembre 1940, a Busto Arsizio, avversario i campioni d’Italia dell’Amatori Milano: fu sconfitta per 24-0 e Alberto Mario in campo col falso nome di Borgatti, in coppia con Oddone Pavan ai centri.


10 ottobre 1946: Padova-Rovigo 6-19. Mario Lanzoni braccato dal trequarti ala padovano Rossi. pronti ad intervenire Checco (a sinistra) e Maci Battaglini (a destra)

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E fu il primo rossoblù a marcare una meta in serie A. Fu nel match seguente, al campo di via Capitello (l’attuale “Gabrielli”): “Al 2’ della ripresa, malgrado i polesani fossero abbastanza provati dal faticoso primo tempo, tessevano un’irruente azione che per merito di Lanzoni si convertiva in meta”. Così il corrispondente del Resto del Carlino descrisse la prima meta della storia ufficiale di Rovigo, ad opera di Alberto Mario Lanzoni. Fu una sconfitta, 6-3, ad opera del Guf Torino, i rossoblù non gradirono alcune decisioni arbitrali causando un torrido dopo partita. Il 5 maggio 1946 Alberto Mario segnò una meta grandiosa nella vittoria, 15-11, nell’amichevole contro la Rugby Roma dei Vinci, Barilari, Silvestri, e altri nazionali. Non vinse alcun scudetto però Alberto Mario Lanzoni scese in campo 27 volte in 3 campionati, realizzando 9 mete, a cui vanno aggiunte 5 amichevoli con 2 mete e le sette presenze in serie A del 1940-41 che risultano nello storico come Borgatti.


Antonio e Francesco Lanzoni con lo zio Dino, Cesenatico, 1958

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Un passato sportivo prestigioso dunque, ereditato dal figlio Francesco, anch’egli buon sprinter in gioventù, ai campionati italiani militari, poi tennista di lunga data e appassionato dello sport come fenomeno sociale e culturale, leale e rispettoso tifoso dei Bersaglieri e della Nazionale, anche in lunghissime trasferte.

Alberto Guerrini

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