ROVIGO – Domenica scorsa a metà del secondo tempo della sfida con il Valorugby la FemiCZ Rovigo era virtualmente fuori dalla finale scudetto. Poi in dieci minuti vietati ai deboli di cuore gli uomini di Coetzee sono riusciti nell’impresa di ribaltare la situazione andando a vincere il match e guadagnarsi il diritto di difendere lo scudetto che porta sul petto contro gli eterni rivali del Petrarca.
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Ma quanta sofferenza per il popolo rossoblù! D’altronde che le vittorie del Rovigo siano spesso state frutto di “sangue, sudore e lacrime” ed emozioni forti non rappresenta certo una novità. Basti ricordare quello che accadde nello scorso campionato con la qualificazione alla finale conquistata all’ultima azione della sfida con il Calvisano e con lo scudetto conquistato all’ultimo secondo con la meta di Greeff quando già il Petrarca pregustava la vittoria. Sarà anche vero che le vittorie più belle sono quelle più sofferte, ma i tifosi rossoblù vorrebbero ogni tanto poter godere qualche successo senza dover rischiare ogni volta le coronarie.
La storia del Rovigo, però, insegna che i traguardi importanti raggiunti dei bersaglieri nei loro 78 campionati consecutivi di massima divisione sono stati ottenuti lottando fino all’ultimo minuto dell’ultima partita. Fin dal primo scudetto vinto dai rossoblù nel 1951 si era capito quale fosse il destino del Rovigo. In quel campionato la sfida per il titolo fu tra il Parma, dominatore di quegli anni, e i bersaglieri. Allo scontro diretto in calendario alla penultima giornata il Rovigo si presentò con tre punti di vantaggio. Vincendo quell’epica sfida per 6 a 3 i bersaglieri conquistarono aritmeticamente il loro primo titolo e la sconfitta esterna nell’ultima giornata a Napoli risulterà ininfluente.
Nella stagione successiva furono sempre Rovigo e Parma a contendersi lo scudetto e l’ultima giornata vedeva proprio l’incontro tra le due squadre al Tre Martiri. Il Rovigo, però, battendo L’Aquila per 6 a 0 una settimana prima mise al sicuro il tricolore rendendo inutile la vittoria degli emiliani nel confronto diretto. Nel 1952/53 il campionato finì con le due grandi rivali appaiate in testa alla classifica con 28 punti ciascuna. I rossoblù avevano effettuato l’aggancio a tre giornate dal termine andando a vincere sul terreno del Parma per 6 a 5. Lo spareggio si giocò allo stadio Dall’Ara di Bologna e ad imporsi fu il Rovigo per 8 a 6. Anche lo scudetto del 1954 venne assegnato in uno spareggio. Stavolta l’avversario dei rossoblù fu il Treviso che raggiunge i polesani in testa alla classifica prima vincendo al Tre Martiri per 8 a 0 il recupero del confronto diretto prima dell’ultima giornata e poi sfruttando il mezzo passo falso del Rovigo, che nonostante la sconfitta interna aveva mantenuto un punto di vantaggio, incappato in un pareggio a sorpresa a Trieste (6 a 6) nel turno conclusivo contro una squadra ormai retrocessa. Lo spareggio finì 6 a 3 per i rossoblù dopo i tempi supplementari.
Insomma vincere facile non è mai piaciuto al Rovigo. La stagione 1961/62 si concluse con il Rovigo a 35 punti seguito a una lunghezza dalla Fiamme Oro. C’era, però, un recupero da giocare ed era proprio quello tra le due regine del campionato in programma al Tre Martiri ai primi di giugno. Il Rovigo vinse 3 a 0 e riportò il tricolore in Polesine. L’anno successivo tenne ancora banco la sfida tra rossoblù e poliziotti con il calendario che all’ultima giornata mise di fronte le due squadre divise in classifica da un solo punto (Rovigo 34, Fiamme Oro 33). Ad imporsi furono di nuovo i bersaglieri con il risultato di 6 a 3. Nel 1963/64 arrivò un altro scudetto per il Rovigo ma per festeggiarlo bisognò attendere qualche giorno. Successe che i rossoblù finirono il torneo alla pari con il Parma (33 punti per entrambi) però il regolamento non prevedeva lo spareggio, ma una serie di discriminanti. Le norme erano piuttosto fumose e vecchiotte così la Federazione si prese tre giorni di tempo per decidere e alla fine assegnò lo scudetto al Rovigo per il maggior numero di mete segnate.
A Parma non la presero molto bene accusando i rossoblù di poca sportività e invitandoli ad accettare la proposta di giocarsi il titolo in uno spareggio. Da Rovigo arrivò la diplomatica risposta dell’allenatore Giordano Campice: “Ndè in mo…!” Per rivincere nuovamente lo scudetto i bersaglieri dovettero attendere 12 anni e ancora una volta fu pura sofferenza. A una giornata dal termine il Rovigo si trovò alla pari con il Brescia, campione d’Italia in carica, e l’ultimo turno proponeva proprio lo scontro diretto tra le due squadre. Vinsero i rodigini di Saby per 12 a 6. Il tricolore tornò sulla maglia rossoblù nel 1979 (in mezzo c’era stato il drammatico spareggio di Udine perso contro il Petrarca) e finalmente il Rovigo di Carwyn James e suoi tifosi vissero una stagione tranquilla ed esaltante conquistando la matematica certezza della vittoria con tre giornate di anticipo.
Nel 1987/88 iniziò l’era dei Play Off che per loro natura aumentano il pathos e le emozioni. Il Rovigo centrò subito l’obiettivo scudetto vincendo la finale al Flaminio di Roma contro il Benetton Treviso dopo aver rischiato l’eliminazione in una semifinale al cardiopalma contro il Petrarca. Per assaporare la gioia dello scudetto della stella, però, i rossoblù dovettero attendere quasi la fine della partita quando Brunello inventò la meta di Ravanelli che permise di sorpassare i trevigiani. Il titolo conquistato nella finale Brescia del 1990 (18 a 9 sempre contro il Benetton Treviso) arrivò al termine di una partita molto combattuta ma con il Rovigo sempre in controllo.
Da quel momento, però, è iniziata l’attesa più lunga della storia rossoblù per tornare sul gradino più alto del rugby italiano. Il digiuno tricolore è finito nel 2016 con la finale vinta al Battaglini contro il Calvisano, ma solo una meta negli ultimi minuti dette la certezza della vittoria. Poi la cronaca dei tricolori del Rovigo arriva al campionato scorso e al suo finale ricco di colpi di scena. C’è poco da fare: il Rovigo è una squadra che ha vinto molto regalando tantissime soddisfazioni ai propri tifosi, ma se non si è disponibili alla sofferenza (sportiva ben s’intende!) allora è meglio stare lontano dal Battaglini.



















